ABITANTI DIGITALI
Gli interventi di mons. Giuliodori e mons. Pompili al convegno Cei a Macerata
(Macerata) – Nell’"approfondire i diversi aspetti critici che accompagnano la diffusione della nuova cultura digitale" la Chiesa "sta solo facendo quanto il Signore le ha chiesto: portare l’annuncio del Vangelo agli uomini del nostro tempo". È quanto ha affermato oggi pomeriggio mons. Claudio Giuliodori, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia e presidente della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, aprendo il convegno nazionale "Abitanti digitali". L’evento, in svolgimento proprio a Macerata fino al 21 maggio, è organizzato dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e dal Servizio informatico della Cei, ed è diretto in particolar modo ai direttori degli uffici diocesani per le comunicazioni sociali, ai responsabili informatici diocesani e ai web master diocesani; più di 250 gli iscritti. Ma il convegno è aperto anche a tutte le realtà delle comunicazioni sociali italiane e al territorio, alla città e ai "luoghi di pensiero e dello Spirito del territorio": per questo si svolge nel centro storico, nell’Auditorium San Paolo dell’Università di Macerata e all’Abbazia cistercense Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra; sempre per queste ragioni hanno portato i loro saluti anche il rettore dell’Ateneo maceratese, Luigi Lacchè, il sindaco, Romano Carancini e il prefetto, Vittorio Piscitelli.
"Abitare" i cambiamenti. Mons. Giuliodori ha sottolineato che il convegno "fa parte del cammino della Chiesa italiana per rilanciare e sviluppare, nel decennio dedicato all’educazione, ‘una nuova intelligenza della fede’" e ha ricordato che nel decennio pastorale appena concluso e incentrato sul tema "’Comunicare il Vangelo in un modo che cambia’, abbiamo vissuto una stagione molto intensa di studio, confronto, sperimentazioni e scelte pastorali". Tra le tappe più importanti di questo cammino, il vescovo ha ricordato la pubblicazione del Direttorio "Comunicazione e Missione" e i convegni "Parabole mediatiche" nel 2002 e "Testimoni digitali" nel 2010. "Oggi ha poi affermato questo impegno prosegue nell’orizzonte dell’educazione, su cui si orienta l’azione pastorale della Chiesa italiana per l’attuale decennio. Ci interroghiamo su come sia possibile da cristiani educare alla piena cittadinanza in questo nuovo mondo digitale, conservando le prerogative della dignità umana e sviluppando una più intensa esperienza spirituale". Per mons. Giuliodori "il mondo dei media" non ha cancellato "le domande fondamentali", e per questo "la Chiesa, attenta a ciò che l’uomo vive, cerca di capire i cambiamenti in atto e di ‘abitarli’".
Il nuovo "areopago". Dunque, per i credenti, ci sono due compiti fondamentali: il primo è "l’approfondimento di tutti gli aspetti antropologici, sociali e culturali che delineano il volto di questo nuovo ambiente" e il secondo "verificare in che modo la fede si cala in questo ambiente". Infatti non "basta essere nel web o usare i nuovi strumenti di comunicazione digitali. Per il cristiano è fondamentale, anche in questo nuovo ambiente, verificare se e come cresce il rapporto con Dio e l’amore tra le persone e nella società". Secondo mons. Giuliodori, "la rete è oggi il nuovo areopago dove incontrarsi e confrontarsi" ed è "sulle nuove frontiere digitali che si gioca la capacità della Chiesa di essere un segno di contraddizione e di speranza". Per la Chiesa italiana è davvero "urgente conoscere e abitare in modo consapevole questo nuovo ambiente" e alcune esperienze "come quella degli animatori della comunicazione e della cultura lasciano ben sperare". Mons. Giuliodori ha richiamato anche alla necessità di "rendere sistematico, da parte di tutti e in tutte le realtà, un approccio al mondo dei media fatto con competenza e saggezza" e, per questo, hanno una grande importanza "le scuole, i corsi, gli incontri e l’elaborazione di strumenti".
La "dimensione umana" del digitale. "Che cosa significa formazione al tempo dei social network? Quali proposte? E, anche, che cosa già si sta muovendo in questa direzione, anche nelle nostre realtà per abitare il tempo del digitale?". Se lo è chiesto don Ivan Maffeis, vicedirettore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali, nel suo intervento introduttivo al convegno. "Abitare ha risposto don Maffeis è sinonimo di casa, ambito delle relazioni sociali primarie, condizione di sicurezza e di pace. Assicurare una dimensione umana all’abitare significa tenere insieme l’esigenza di strutture, di servizi e di spazi ampi con il bisogno di riservatezza e di intimità. Abitare è parola che richiama l’incontro; anche con Colui che ha piantato la sua tenda fra noi, fino ad abitare in noi e con noi". Il vicedirettore ha quindi presentato i contenuti del convegno, soffermandosi in particolare sulla ricerca commissionata all’Università Cattolica "sull’identità dei giovani, cresciuti in un ambiente ‘naturalmente’ digitale", che verrà presentata domani. "Nell’era dei contenuti generati dagli utenti ha concluso verremo aiutati a considerare l’opportunità che il web 2.0 costituisce anche per le comunità cristiane".
ABITANTI DIGITALI La rete e la campanaMons. Domenico Pompili al convegno Cei
(Macerata) – "La rete non copre tutta la realtà anche se ne modifica in profondità l’esperienza umana, al punto che non possiamo non dirci ‘abitanti digitali’". Così mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali (Ucs) e sottosegretario Cei, ha esordito oggi pomeriggio a Macerata nella sua relazione d’apertura del convegno "Abitanti digitali", organizzato da Ucs e Servizio informatico della Cei (Sicei). "A distanza di un anno da ‘Testimoni digitali’ ha richiamato mons. Pompili è dunque necessario per la Chiesa mantenere lo sguardo vigile e il cuore aperto rispetto ai mutamenti in corso. Per poter parlare a questo tempo, infatti, non si può guardare dallo specchietto retrovisore, come ammoniva McLuhan. Occorre con curiosità e lucidità penetrarne i linguaggi e le forme, valorizzandone le possibilità e contenendone i rischi. Si tratta di ripensare e reinterpretare il legame, antico e sempre nuovo, tra la tecnica, la verità e la libertà". I media digitali, ha sottolineato citando l’enciclica "Caritas in veritate", non sono "puri ‘strumenti’, ‘devices’, ma possono diventare ‘opere che recano impresso lo spirito del dono’, e che consentono d’intraprendere un cammino di ‘relazionalità, di comunione e di condivisione’".
Il microfono e la campana. Oggi, ha aggiunto mons. Pompili, "il medium è il messaggio, e i media da strumenti diventano ambiente dove cambiano le condizioni della nostra esperienza". Un esempio di questo cambiamento? "L’impatto dell’introduzione del microfono sulla liturgia", che ha portato alla "riformulazione della liturgia stessa". La sua introduzione, ha sottolineato mons. Pompili, "da un lato ha coinciso con l’abbandono del latino" e "la diffusione del vernacolo"; dall’altro "all’avvento del microfono corrisponde anche il rivolgersi dell’officiante verso i fedeli, anziché verso l’altare". In secondo luogo, il rapporto "tra orizzontalità e verticalità" in un contesto di "ambienti discontinui". Un esempio, qui, è "la campana". "Nei villaggi rurali, ma anche nelle città, la campana ha ricordato il sottosegretario Cei delimita infatti un territorio i cui confini coincidono con l’udibilità del suono". Ma "se lo spazio del villaggio era audio-visuale (la campana sta sul campanile, il suono ha una posizione riconoscibile e si diffonde da un centro), oggi lo spazio digitale è pienamente audio-tattile"; "la possibilità di essere perennemente connessi, anche nella mobilità, taglia i confini spaziali che demarcano le diverse situazioni e rende i contesti della nostra vita quotidiana sempre simultaneamente accessibili, quindi compresenti".
Andare oltre. "La sfida della cultura digitale ha quindi proseguito mons. Pompili implica la possibilità di andare oltre, di aspirare a qualcosa ‘di più’ rispetto a quanto la tecnica rende disponibile". Da qui una riflessione sull’"abitare il web". "Abitare ha ricordato è tipicamente umano" perché "presuppone un rapporto consapevole, fatto di scelte, e responsabile, fatto di relazioni con l’ambiente e con le persone". "Abitare ha rimarcato è più che risiedere: il residente occupa un mondo fabbricato da altri", mentre chi abita ha "a che fare con la questione del senso, dell’identità, della relazione". Ma come abitare il web, "spazio senza campanili"? "Rispetto agli spazi che storicamente siamo usi abitare, quello digitale ha riconosciuto è uno spazio orizzontale, senza sporgenze, senza gerarchie, fatto di relazioni alla pari; uno spazio totalizzante, senza un fuori e un sopra; uno spazio abilitante, ma anche limitante" Tuttavia proprio "la rete, se si va al di là della logica del dispositivo, può essere il luogo in cui tentare la ‘nuova sintesi umanistica’". A partire proprio "dal modo di abitare".
Abitare la rete. Chiesa, testimone, alleanza sono i concetti chiave che il direttore dell’Ucs ha associato all’"abitare" la rete. "Oggi ha detto in riferimento alla Chiesa diventa necessario mutare prospettiva: da un lato capire che occorre invertire il movimento, tornando a farsi prossimo, a incontrare". "Dall’altro lato, recuperare non solo la parola, ma tutta quella capacità comunicativa che storicamente la rendeva profondamente inserita nella vita della comunità e capace di costruire spazi a misura d’uomo, nel senso più pieno. Come la voce della campana". In secondo luogo il testimone, "figura multirelazionale" che "sa interpretare l’ambiente; sa entrare in relazione con le persone perché sa prima di tutto ascoltarle; è in relazione con la verità che ha conosciuto perché ha toccato la sua vita, e dunque gli consente di parlare". "La vera sfida ha evidenziato è oggi dunque quella della trascendenza: essere pienamente dentro, ma affacciati su un altrove; essere ‘nel web’, ma non ‘del web’". Infine "l’alleanza", "oggi quanto mai necessaria, in tutti gli ambiti". "Per abitare il web è necessaria una ‘alleanza intergenerazionale’ tra nativi (che sanno muoversi velocemente ma non sanno dove andare) e immigrati digitali". "Allargare lo spazio dell’alleanza ha concluso significa valorizzare le occasioni di condivisione e convivialità che oggi si moltiplicano".