MATER ET MAGISTRA
Buone pratiche a 50 anni dall’enciclica di Giovanni XXIII
“La verità, l’amore, la giustizia, additati dalla ‘Mater et magistra’, assieme al principio della destinazione universale dei beni, quali criteri fondamentali per superare gli squilibri sociali e culturali, rimangono i pilastri per interpretare ed avviare a soluzione anche gli squilibri interni all’odierna globalizzazione”. Così Benedetto XVI, ricevendo il 16 maggio in udienza in Vaticano i partecipanti al congresso internazionale “Giustizia e globalizzazione: dalla ‘Mater et Magistra’ alla ‘Caritas in veritate'”, promosso a Roma (16 – 18 maggio) dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace in occasione del 50° dell’enciclica di Giovanni XXIII “Mater et Magistra” . Bene comune e qualità delle relazioni. Centrale il ruolo dei laici e l’educazione dei giovani. “Per applicare il messaggio della ‘Mater et Magistra’ – avverte Jérôme Vignon, presidente delle Semaines sociales de France – , come europei occorre anzitutto ricentrare i pilastri più importanti dell’economia sociale di mercato sulla vocazione degli uomini e delle donne” a partecipare “al bene comune”. Secondo Vignon, invece, oggi nell’Ue ci si preoccupa di “preparare le giovani generazioni al cambiamento” equipaggiandole con “competenze chiaramente identificabili e legate alla loro persona”, mentre l’educazione fin “dalla più tenera età alla partecipazione e alla cooperazione in vista del bene comune” è “un compito troppo trascurato”. Di qui un monito alla stessa Ue che, nella valorizzazione delle competenze, “dovrebbe attribuire maggiore importanza al riconoscimento delle qualità relazionali”. Nell’ultima giornata del congresso, dedicata alla presentazione di “buone pratiche” nei diversi continenti, per l’Europa sono state illustrate le “sperimentazioni” di Italia, Francia e Spagna.Italia: Progetto Policoro e Terzo mondo. Mons. Angelo Casile, direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza episcopale italiana, parla del Progetto Policoro, “nato nel 1995 da un’intuizione dell’allora direttore mons. Mario Operti, e promosso dalla Cei, dal citato Ufficio, dalla Pastorale giovanile e da Caritas italiana per dare risposte concrete al problema della disoccupazione giovanile in Italia, soprattutto al Sud”. “Avviato in Basilicata, Calabria e Puglia, oggi coinvolge tutte le regioni del Sud e del Centro”, ed “ha realizzato centinaia di cooperative, consorzi e imprese di microcredito”. Sugli interventi caritativi per il Terzo mondo realizzati dal 1990 al 2011 da un apposito Comitato Cei si sofferma Marta Rocca: “Circa 1.250 milioni di euro distribuiti a 11.500 progetti approvati, di cui 4.150 in Africa, 3.700 in America latina, 2.800 in Asia, 500 in Medio oriente, 100 in Oceania e 250 su più continenti o nazioni”. Formazione scolastica, edilizia, sanità, calamità naturali, conflitti bellici, promozione dei diritti dei minori e delle donne, protezione delle minoranze: questi gli ambiti di intervento.Francia: Parcours Zachée. Unificare la persona. Pierre-Yves Gomez, docente di economia all’Université de Lyon e collaboratore del quotidiano “Le Monde”, sintetizza così l’obiettivo del Parcours Zachée, da lui lanciato cinque anni fa nel Paese. Gomez si autodefinisce “un laico che vive nel mondo e ha redatto un codice di comportamento per le imprese” e spiega: “L’essenziale della vita spirituale di un laico si svolge e realizza nella sua partecipazione alle vicende del mondo”. Di qui la necessità di “testimoniare che la vita professionale non può essere disgiunta/contrapposta alla dimensione spirituale dell’esistenza” perché “è proprio questa scissione che rende infelice tanta gente”. Oggi, sostiene Gomez, “il mondo ha sete di unità interiore e il Parcours Zachée dice che, come con l’esattore Zaccheo, Cristo si autoinvita ad abitare la nostra vicenda di laici”. Dal primo avviato nel 2005, oggi sono 50 i percorsi nati spontaneamente: otto mesi di riflessione/condivisione/verifica nelle parrocchie sulla dottrina sociale applicata al proprio vissuto nell’ottica del servizio al bene comune e dell’opzione per i poveri.Spagna: giustizia riparatrice. Responsabilizzare, riparare, reinserire. Per padre José Segovia Bernabé in questi tre verbi si condensano spirito e obiettivo della giustizia riparatrice che, insieme alla mediazione penale e penitenziaria, costituisce il contenuto di un progetto pilota che il Dipartimento per la pastorale penitenziaria sta sviluppando con il sostegno della Conferenza episcopale spagnola. Punto di partenza, la “necessità che chi ha commesso un reato si faccia carico del danno causato per ‘ripararlo'”. Presupposto essenziale “la convinzione che l’essere umano, anche se ha commesso un gravissimo errore, può cambiare e riprendere in mano la propria vita”. Dal 2005, afferma padre Bernabé, è stata creata “una sinergia con le istituzioni della società civile” perché “l’ambito penitenziario ha bisogno di questo tipo di giustizia. Stiamo aspettando una legge che ne regolamenti gli aspetti, e alla cui elaborazione abbiamo contribuito. Finora il 75% delle mediazioni avviate ha avuto esito positivo” Di qui l’auspicio di “introdurre questa pratica in tutte le carceri”.