FINCANTIERI

Difendere il lavoro

Dopo la decisione di chiudere gli stabilimenti di Sestri e Castellammare

Scontri con le forze dell’ordine e feriti a Genova; assalti al municipio a Castellammare. Si è infiammata la protesta degli operai che lavorano negli stabilimenti Fincantieri a Sestri Ponente (Ge) e Castellammare di Stabia (Na), dopo l’annuncio dell’azienda della loro chiusura, contenuto in un piano che prevede anche il ridimensionamento di un terzo impianto a Riva Trigoso (Ge), per un totale di 2.551 esuberi su un totale di 8.311 addetti negli 8 stabilimenti ad ora attivi in Italia.

Non cessi il dialogo. "Crescente preoccupazione" perché "è in gioco la condizione d’innumerevoli persone e di tante famiglie" è stata espressa oggi pomeriggio dai vescovi liguri, assieme all’auspicio che "non cessi il dialogo" e che "le giuste preoccupazioni" non inclinino "verso soluzioni violente". "I vescovi liguri, impegnati in questi giorni a Roma per l’Assemblea generale della Cei, sotto la guida del card. Angelo Bagnasco, seguono con crescente preoccupazione – si legge nella nota – gli avvenimenti legati alla pubblicazione del nuovo piano industriale di Fincantieri". "La consapevolezza che ad essere in gioco è la condizione d’innumerevoli persone e di tante famiglie – continua il comunicato – è pure legata alla percezione che in questa vicenda si determini il futuro di ampi settori del sistema-lavoro nella terra ligure". "I vescovi condividono le ansie e le legittime preoccupazioni dei dipendenti dei cantieri e auspicano che, pur in presenza di obiettive difficoltà, non cessi il dialogo e la ricerca di una soluzione più adeguata".

Un confronto maturo. I vescovi liguri auspicano l’avvio di "un confronto maturo che, nel salvaguardare i posti di lavoro, sappia valorizzare le strutture industriali, autentico volano dell’economia ligure". "Non è da escludere, in questa ricerca – proseguono –, la necessità di affrontare eventuali sacrifici, purché condivisi a tutti i livelli e con la responsabile partecipazione di ciascuno. Rispetto a questa difficile congiuntura economica e sociale, i vescovi invocano nella preghiera il perseguimento del bene comune, grazie ad un esercizio rigoroso del discernimento, al di là dell’emotività del momento e delle reazioni di parte". Nel corso di una riunione tenutasi oggi pomeriggio nella sede della Regione Liguria con gli enti locali e i lavoratori, mons. Luigi Molinari, direttore dei cappellani del lavoro dell’arcidiocesi di Genova, ha dichiarato che "non si può azzerare la cultura della cantieristica ligure", "sistema di professionalità di cui il Paese non si può privare". "Come Chiesa – aveva detto lo scorso 15 aprile l’arcivescovo di Genova, card. Angelo Bagnasco, celebrando la Messa pasquale proprio nei cantieri navali di Sestri Ponente – cerchiamo di essere sempre con la nostra gente, soprattutto quando si tratta del pane quotidiano, del lavoro di ciascuno".

Non giunge inaspettata. Una "vicenda triste, ma che non sorprende", commenta al SIR l’economista Stefano Zamagni, per il quale il piano deriva da una globalizzazione con "minori costi del lavoro nel mercato asiatico e una tecnica di costruzione standardizzata". Piuttosto, lamenta Zamagni, "le nostre autorità politiche e imprenditoriali fino a tempi recentissimi hanno fatto finta che il problema non esistesse, adottando solo soluzioni assistenzialistiche per tamponare le falle". La ricetta, invece, "va in una duplice direzione: agire sul fronte dell’innovazione e dilatare la base produttiva". "Se s’introducessero innovazioni nei prodotti e nei processi – spiega – si otterrebbe una maggiore produttività", mentre dilatare la base produttiva significa "allargare la platea d’imprese in grado di produrre beni e servizi non esposti alla competizione globale, come i servizi alla persona". Ciò, aggiunge l’economista, implica "andare al di là della concezione del posto fisso", che oggi porta a difendere lavori "obsoleti", per ciascuno dei quali, in fin dei conti, "si compromettono due nuovi potenziali posti". "Ora, per calmare la piazza, è possibile che ancora una volta venga adottata qualche soluzione assistenzialistica. Ma questo non fa che spingere in avanti il problema. Sarebbe invece bene prendere spunto da quanto accade – conclude – per avviare una politica seria di ristrutturazione e allargamento della base produttiva".

Non paghino solo gli operai. Chiede "grande responsabilità da tutte le parti" Edoardo Patriarca, membro del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) e segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, ricordando che "il nostro sistema-Paese si trova davanti a una nuova crisi delle sue grandi industrie". A livello aziendale, s’interroga Patriarca, "il gruppo dirigente ha affrontato la crisi e ha avuto capacità d’innovare? Che risposta ha dato al calo delle commesse? Quale piano aziendale ha ora in mente? Perché l’annuncio è arrivato in maniera così brutale? Ci s’immagina un recupero dell’occupazione o solo un ridimensionamento senza prospettive?". Interrogativi di fronte ai quali "non è detto – aggiunge – che agire sul lavoro sia l’unica via, ma anche la classe dirigente deve rispondere all’appello". In secondo luogo, precisa Patriarca, "trovare una via d’uscita misura il tasso di bene comune presente nel Paese: non si tratta solo di una questione interna all’azienda, ma coinvolge tutto il territorio con le sue istituzioni locali e nazionali". Infine, quanto accade dimostra che "difendere il lavoro" è una questione "quanto mai rilevante". Occorre "creare nuove imprese e generare nuovo lavoro", anziché limitarsi a "salvare il salvabile". Eppure "il nostro Paese – conclude – ha tanti di quei vincoli che penalizzano chi vuole intraprendere", al punto che, a differenza di stati limitrofi come la Germania, qui "non s riesce a crescere".

Un errore gravissimo. Per Pasquale Orlando, componente della direzione nazionale delle Acli e segretario nazionale della Fap Acli, il piano presentato dalla Fincantieri è "sbagliato e non accettabile". "Fincantieri fa un errore gravissimo – dichiara Orlando – perché sceglie di ridurre la capacità produttiva del gruppo e non investe sulla diversificazione delle produzioni da realizzare. Il piano è inaccettabile perché prevede addirittura la chiusura di due cantieri, Castellammare di Stabia e Sestri Ponente, con un taglio di migliaia di posti di lavoro tra dipendenti del gruppo e lavoratori dell’indotto". "Siamo con i lavoratori e il sindacato – prosegue Orlando – in questa battaglia che segnala la difesa del lavoro e di una scelta per il rilancio della produzione industriale nel nostro Paese. In particolare guardiamo con sgomento a Castellammare di Stabia, dove la Fincantieri, presente da un secolo, rappresenta la principale attività produttiva della città, dove i lavoratori hanno fatto tanti sacrifici sulla propria pelle, correndo rischi e spesso ammalandosi per la presenza di amianto nelle strutture. È vergognoso trattarli così".