STEFAN WYSZYNSKI
Trent’anni fa la morte dell’eroico cardinale polacco
Questo 28 maggio sono trent’anni dalla morte del cardinale Stefan Wyszynski. L’eroico primate della Chiesa polacca si spense a Varsavia alle prime luci dell’alba del 28 maggio 1981. Un anniversario che cade a meno di un mese dalla beatificazione di Karol Wojtyla e che coincide, per numero di anni trascorsi, con quello dell’attentato al Papa, quando Giovanni Paolo II, ancora ricoverato al Gemelli, non poté recarsi, come avrebbe voluto, ai funerali del porporato scomparso cui lo legava un rapporto di filiale devozione. Due figure, due protagonisti, Wyszynski e Wojtyla, le cui vicende si intrecciano e rimangono intimamente legate ben oltre la morte dell’anziano cardinale che del futuro Papa era stato padre e guida spirituale. "Non ci sarebbe sulla cattedra di Pietro questo Papa polacco, se non ci fosse la tua fede, che non ha indietreggiato dinanzi al carcere e alla sofferenza", così Giovanni Paolo II, appena eletto, gli aveva detto in pubblico. Il lungo abbraccio tra il nuovo papa e il vecchio arcivescovo di Varsavia in piazza San Pietro, il giorno inaugurale del pontificato, suggellava, al di là della commozione visibilissima in entrambi, una svolta che costituiva anche un riconoscimento alla fedeltà millenaria della Chiesa di Polonia a Cristo e al Vangelo. "Il compito del nuovo Papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo millennio", aveva detto Wyszynski appena era stata chiara la scelta del Conclave, ed era stato profetico. Giovanni Paolo II lo ricorderà con riconoscenza nel suo testamento: "Un grande primate: sono stato testimone della sua missione, delle sue lotte, della sua vittoria".
Nato a Zuzela, diocesi di Lomza, il 3 agosto 1901, ordinato sacerdote nel 1924, dopo essersi laureato in scienze sociali a Lublino, Wyszynski era stato parroco e insegnante di sociologia a Wloclawek. Durante l’occupazione tedesca della Polonia fu costretto a svolgere buona parte del suo ministero nella clandestinità, tenendo contatti con i gruppi della Resistenza. Nel 1946 venne nominato vescovo di Lublino e nel 1948, alla morte del cardinale August Hlond, ne divenne successore come arcivescovo di Gniezno e Varsavia e primate di Polonia.
Incominciava per Wyszynski un lungo braccio di ferro con il regime comunista impegnato in quegli anni in un vasto programma di ateizzazione e di negazione di qualsiasi libertà religiosa. Braccio di ferro che, nell’arco di oltre trent’anni, ha visto il primate polacco, fattosi interprete delle esigenze di giustizia e di libertà della sua gente e punto di riferimento dell’unità nazionale, schierato su posizioni di ferma intransigenza sul piano dei princìpi ma anche di moderazione, di mediazione improntata a sano realismo, alla ricerca costante di un equilibrio tra il potere politico e quello religioso senza mai sconfinare nella scorciatoia del compromesso a tutti i costi, come molti suoi critici gli rimproverarono, accusandolo anche di opportunismo politico. In realtà la "strategia" di Wyszynski, tesa innanzitutto alla difesa dei diritti irrinunciabili dell’uomo, primo quello alla libertà religiosa, è stata sempre vincente per la Polonia, per il suo popolo, per la sua Chiesa, impegnando ogni volta l’autorità morale del primate in contrapposizione a un regime che, volente o nolente, era costretto a chiedere il suo intervento nei momenti di crisi che rischiavano di travolgere il Paese.
Arrestato dalla polizia politica nel pomeriggio del 25 settembre 1953 per aver criticato duramente la condanna del vescovo di Kielce avvenuta dopo il solito processo-farsa, Wyszynski era stato trasferito in diverse prigioni polacche prima di essere liberato nel 1956 con l’avvento di Gomulka e solo nel 1957 poté recarsi a Roma per ricevere la berretta cardinalizia assegnatagli da Pio XII nel concistoro del 12 gennaio 1953 al quale il primate non aveva potuto partecipare per timore che le autorità comuniste gli impedissero il ritorno in patria.
Dai primi accordi del 1950 in materia di libertà religiosa (subito violati dalle autorità comuniste), dal regime stalinista di Bierut a quelli più liberaleggianti all’apparenza, ma simili nella sostanza, di Gomulka e Gierek; dalle rivolte degli operai di Poznan e degli studenti di Varsavia al sanguinoso dicembre del 1970 sul Baltico fino agli incidenti di Radom e Ursus del 1976 (vittime ancora una volta i lavoratori); dalla crisi scaturita sul finire del Concilio, quando i vescovi polacchi scrissero una lettera all’episcopato tedesco con un appello al reciproco perdono e alla riconciliazione lettera presa poi a pretesto dal governo polacco per ritirare il passaporto al primate e impedire la visita di Paolo VI a Varsavia nella ricorrenza (1966) del Millennio della Polonia cristiana; dall’impegno per la normalizzazione delle diocesi nelle terre sull’Oder-Neisse fino alla nascita di Solidarnosc nell’estate del 1980 e la storica omelia pronunciata il 26 agosto dello stesso anno al santuario di Jasna Gora. L’avventura umana e cristiana di Stefan Wyszynski è stata un susseguirsi di battaglie condotte sempre nel segno della fedeltà a Cristo e alla Polonia. Difensore fino all’ultimo delle libertà dell’uomo sotto un regime che, con i "ritardi" tipici della storia comunista, aveva dovuto far passare più di trent’anni prima di rendersi pienamente conto del ruolo insostituibile della Chiesa nella realtà del Paese.