ARRESTO MLADIC
La Serbia può guardare all’Ue
Esistono luoghi nel nostro pianeta il cui nome rimarrà per sempre associato nel sentire degli uomini a un dolore intimo e profondo.
Un dolore che il passare del tempo non può attenuare e non deve cancellare; luoghi dove l’uomo ha deciso di farsi carnefice del proprio simile dopo averne cercato di calpestare ogni dignità.
E quello che è accaduto anche a Srebrenica, dove nel luglio del 1995 oltre ottomila musulmani bosniaci fra i 14 e i 65 anni furono sterminati dalle truppe serbo-bosniache comandate dal generale Ratko Mladic mentre bambini, donne e anziani dovevano subire una violenza senza fine. Migliaia di civili inermi, dapprima traditi dal ripiegamento delle truppe dell’Onu che ne avrebbero dovuto garantire l’incolumità e poi massacrati dai militari di Belgrado: i loro corpi furono gettati in decine di fosse comuni e per questo tanti dei loro parenti ancora attendono la certezza di un luogo dove andare a piangere i propri cari.
“Delitto contro l’umanità” lo definì l’oggi beato Giovanni Paolo II: fu l’ennesimo (e non certo isolato) atto di una barbarie che non è possibile chiamare “guerra” e che portò all’imputazione di Mladic da parte del Tribunale penale internazionale dell’Aja per violazione delle leggi e delle usanze di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Per Mladic e il suo unico e diretto superiore, il presidente serbo-bosniaco Karadzic, la via per raggiungere la vittoria era quella della pulizia etnica: e questa fecero percorrere ai propri uomini lasciando alle spalle solo morte e dolore. Furono capaci di atrocità tali da costringere Europa e Stati Uniti, sino ad allora più propensi a guardare da lontano quanto stava accadendo nei Balcani in seguito al disfacimento della ex Jugoslavia, a intervenire direttamente sotto le insegne dell’Onu per cercare di riportare la pace in quei territori: un compito che ancora oggi non può dirsi concluso viste le cicliche tensioni che l’intera area periodicamente attraversa.
Con l’arresto a Belgrado di Mladic, dopo una latitanza durata 16 anni, la Serbia “chiude una delle pagine più difficili della sua storia recente”, come ha sottolineato il premier di Belgrado, Tadic. Il Paese può compiere un altro decisivo passo per allontanarsi da un passato nazionalista le cui conseguenze continua a subire e al quale ancora troppi nel suo territorio guardano con nostalgia. Può soprattutto guardare con fiducia alla futura adesione all’Unione europea: adesione che la maggior parte dei serbi considera (a ragione) l’unica strada percorribile per risollevare un’economia in sempre maggiore affanno e dare un futuro meno difficoltoso al Paese. L’arresto dell’ex comandante serbo-bosniaco era una delle condizioni necessarie poste da Bruxelles per proseguire nel dialogo con la Serbia, Paese che ha peraltro necessità dell’appoggio internazionale per non rimanere isolato nel panorama balcanico e vedere sostenute le proprie posizioni nel confronto con Pristina sul Kosovo.
Il Tribunale dell’Aja avrà molto da chiedere a Mladic per fare luce su uno dei periodi più oscuri nella storia del nostro continente degli ultimi cento anni: una storia di cui molti capitoli sono ancora da scrivere e comprendere.
L’arresto di Mladic (che per oltre tre lustri ha potuto contare su connivenze dentro e fuori il proprio Paese che ne hanno salvaguardato la fuga) non potrà certamente ridare pace a quanti portano forse nel corpo, ma soprattutto nel profondo del cuore, i segni della sua follia; potrà però far sperare in un futuro migliore e di riconciliazione le generazioni che a quella follia sterminatrice sono riuscite a sopravvivere. E questo è un grande dono che i Paesi balcanici possono portare alla nuova Unione europea del Terzo millennio.
(*) direttore di "Voce Isontina" (Gorizia) ed esperto in politica balcanica