EDITORIALE

I nodi al pettine

Unione europea e resto del mondo di fronte alla crisi economica

Nessuna grave crisi economica ha risparmiato, in passato, le istituzioni politiche. Sono soprattutto le ricadute “concrete” delle recessioni, quelle che privano gli individui e le famiglie del lavoro e del reddito necessario per mantenersi, a fare la differenza. E in questa chiave dev’essere principalmente letto l’esito del voto amministrativo in Spagna, che il 22 maggio ha mandato un avviso di sfratto al governo di José Luis Zapatero. Più di altri, discussi, provvedimenti dell’Esecutivo socialista, gli elettori iberici hanno voluto rimarcare l’incapacità della classe dirigente di dare riposte certe e credibili sul piano della finanza pubblica, del sostegno alle imprese, della difesa dell’occupazione e del potere di acquisto. In questo senso le proteste degli “indignados” sono state la spia di un malessere diffuso: in effetti la disoccupazione spagnola viaggia oltre il 20% e supera il 44% se si guarda alla fascia giovanile.Ma la Spagna non è un caso a sé e le rimostranze che affiorano dai seggi elettorali hanno già colpito altrove in Europa, senza badare al colore politico del governo in carica. È avvenuto, in maniera piuttosto traumatica, in Irlanda e in Portogallo. Con queste lenti sono stati interpretati il cambio della guardia a Londra (sconfitta dei laburisti) e i sondaggi che in Francia fanno perdere il sonno al presidente Sarkozy (che invece è di ispirazione neogaullista e moderata). Ma anche le recenti sconfitte elettorali subite dalla Cdu di Angela Merkel e dai suoi alleati liberali in Germania (l’ultimo dei quali proprio il 22 maggio a Brema) segnalano che le tensioni socio-economiche cercano una via di espressione (o almeno di protesta) in chiave politica.Sull’orlo del precipizio rimane la Grecia (nonostante la presentazione, in settimana, del nuovo piano di austerità): il governo di Atene gode ancora della fiducia di una parte dei cittadini, ai quali ha chiesto immani sacrifici, ma occorrerà vedere se al momento del voto potrà effettivamente contare sull’appoggio popolare. Sono sentimenti che si respirano un po’ ovunque e che si intrecciano con altri argomenti della politica nazionale o internazionale: ad esempio il problema delle migrazioni, sommato ai temi economici, anima il dibattito – e spesso regala consensi alle forze nazionaliste, localiste o xenofobe – da Malta alla Finlandia, dall’Ungheria all’Italia. Di questi e di altri nodi si discute nelle sedi europee e mondiali. L’Ue ha ad esempio in mano la patata bollente del debito greco (qualche voce avanza addirittura, per il Paese mediterraneo, la possibilità di un’uscita dall’area dell’euro), mentre il 26 e 27 maggio si è svolta in Francia la riunione del G8, che aveva in cima all’agenda la situazione economica e le turbolenze che stanno scuotendo Nord Africa e Medio Oriente. Il presidente statunitense Barack Obama ne ha parlato con i leader europei cui ha reso visita o che ha incontrato al G8, dall’Irlanda alla Gran Bretagna, dalla Francia fino alla Russia e alla Polonia. La crisi economica generatasi negli States nel 2008 ha portato nel mondo tali e tanti sconvolgimenti che forse il presidente americano si è sentito in dovere di porsi in ascolto dei partner disseminati in Europa.