SUD SUDAN
Mons. Mazzolari sulla nascita (9 luglio) del 54° Stato africano
Nascerà ufficialmente il 9 luglio e sarà il 54° Stato africano. Un evento storico, perché per la prima volta sono state ridisegnate le frontiere dell’epoca coloniale, e poi è stato sancito da un referendum, in maniera pacifica, nonostante la lunga guerra civile durata 22 anni (dal 1983 al 2005) e costata 2 milioni di morti. A parlare della realtà del Sud Sudan è mons. Cesare Mazzolari, comboniano, da 30 anni missionario nel Paese africano e dal 1999 vescovo della diocesi di Rumbek, nel Sud (la cui storia è stata recentemente raccontata da Lorenzo Fazzini nel libro “Un Vangelo per l’Africa”, edito da Lindau). Per il vescovo il traguardo raggiunto ha del “miracoloso”, dal momento che “si è compiuto in maniera pacifica”. Il 9 gennaio i sudanesi del Sud si sono recati alle urne e il 98,83% dei 3.800.000 votanti ha scelto la separazione dal Nord guidato dal presidente Omar al-Bashir. “Davanti alla Chiesa ricorda mons. Mazzolari c’era una sede per il voto: alle 4 di mattina già 300 persone erano in fila, in attesa dell’apertura del seggio, alle 8”. I festeggiamenti non hanno aspettato l’esito elettorale: dopo aver votato “uscivano cantando e ballando”.
Islam, cattolicesimo, animismo. Tra Nord e Sud le differenze sono etniche, culturali e religiose: a maggioranza musulmana il Nord, cristiano e animista al Sud. Ma il regime di Khartum è “islamico fondamentalista” e “la sharia incide in tutta la vita sociale”, denuncia il vescovo. Difatti negli anni del conflitto si è registrata pure un’islamizzazione violenta ai danni delle popolazioni del Sud, sulle quali veniva imposta la legge islamica. E adesso, all’indomani del plebiscito per l’indipendenza, al-Bashir ha annunciato di voler “aumentare” la sharia, mentre l’ong statunitense Catholic Relief Service (il corrispettivo americano della Caritas) è stata espulsa dal Darfur con l’accusa di “proselitismo” (misura ritirata dopo il risalto internazionale che ha avuto la notizia). Ma “la Chiesa continua ad esserci anche al Nord precisa mons. Mazzolari con quattro vescovi e molti cristiani”. Certo, dopo l’indipendenza “non sappiamo cosa potrebbe succedere”, riconosce il vescovo, e “temiamo una riduzione dei benefici”. Ma le opere dei cristiani sono conosciute ad esempio, la presenza delle suore negli ospedali è apprezzata da tutti e questo rende meno fosco l’orizzonte. Per il Sud, invece, l’indipendenza è “un’opportunità provvidenziale per approfondire le radici del cristianesimo nella cultura sudanese”.
Libertà all’africana. L’indipendenza, tuttavia, non basta per risolvere i problemi. In primo luogo “dobbiamo investire dai 5 ai 10 anni per sollevare la nazione dalla povertà in cui si trova”, osserva mons. Mazzolari, ricordando che “siamo a livello zero” e “la formazione ed educazione delle classi dirigenti richiederà lungo tempo”. A tal proposito, il presule sottolinea l’aiuto ricevuto in questi anni dalla Chiesa italiana, “5 milioni e 200 mila euro”, per programmi educativi, in particolare per la costruzione di scuole. E le 12 diocesi del Sudan (4 al Nord, 8 al Sud) sono impegnate nella campagna “Dieci passi verso l’unità”, per fornire formazione, istruzioni, corsi e lezioni. In secondo luogo, dopo una guerra durata 22 anni e che ha lasciato la popolazione “traumatizzata”, ora vi sono tensioni tribali e la minaccia di un nuovo conflitto da parte del governo di Khartum. Ma, è certo il vescovo, “le vendette e le minacce non distruggeranno l’indipendenza”. “Omar al-Bashir ha chiesto alla comunità internazionale di andarsene prima del 9 luglio, vorrebbe destabilizzare il Sud, ma il Sud dichiara mons. Mazzolari non abbocca. Il nostro popolo non vuole la guerra”. “Questa continua il missionario vescovo è la vera libertà all’africana, di un continente che non vuole più subire gli stessi governanti per decenni” o “un debito mondiale che è una forma di schiavismo”. Gli africani “vogliono una libertà genuina, costruita con la loro partecipazione”, come dimostra il referendum sudanese.
Nuba e Darfur. Tra i fronti ancora aperti vi è la situazione nel Darfur, dove è stato compiuto un vero e proprio genocidio, e sui monti Nuba. Ma l’indipendenza, per il vescovo, è una tappa necessaria che ora va consolidata, “poi tratteremo con il Nord” per quanto riguarda tali questioni. Piuttosto, pensando al trattato del 2005, mons. Mazzolari ricorda che “l’Italia è stata in prima linea tra i Paesi che hanno contribuito al ‘comprehensive peace agreement’, il trattato di pace” e “ora non deve tirarsi indietro”. La richiesta è di creare quanto prima “un’ambasciata italiana a Juba” (che sarà capitale del Sud Sudan). “Serve una presenza stabile”, rimarca il presule, auspicando che proprio dall’Italia possano giungere imprenditori con la voglia di investire nell’economia del neonato Paese.