FEDE E BELLEZZA

L’opera d’arte

Liturgia: a Bose il IX Convegno internazionale

(Bose) – “Ars liturgica. L’arte a servizio della liturgia”: è questo il tema del IX Convegno liturgico internazionale che si chiude oggi al monastero di Bose promosso in collaborazione con l’Ufficio nazionale beni culturali ecclesiastici della Cei. “La storia della Chiesa – ha sottolineato don Stefano Russo, direttore dell’Ufficio Cei – ci insegna che spesso l’espressione artistica inserita in modo coerente nel contesto liturgico ha dato vita ad opere d’arte dal valore universale, generando non raramente, dei nuovi linguaggi artistici”. È importante, quindi “favorire le situazioni che permettano a questa potenzialità dell’arte di attualizzarsi”. Al convegno partecipano teologi, liturgisti, architetti, artisti e responsabili dell’edilizia di culto di 14 Paesi europei appartenenti, oltre che alla chiesa cattolica, a quelle ortodossa, luterana, anglicana e riformata.

Il sacro nell’oggi. “Esiste il concetto di sacro nel nuovo Testamento?”. È la domanda cui ha risposto Yves-Marie Blanchard dell’Institut Catholique di Parigi. Secondo Blanchard “no, se si tratta di riconoscerlo in oggetti, nel tempio o nel tempo”. Tra l’altro “sacro come parola non compare nel Nuovo Testamento”. È invece “la persona di Gesù che raccoglie in sé il senso del sacro: l’umanità che accoglie la trascendenza”. “Il velo del tempio di Gerusalemme – ha spiegato Blanchard – materializza la separazione tra sacro e profano; per questo alla morte di Gesù si squarcia”. D’ora in poi “è vicino agli uomini che si realizza la presenza divina. Non poggia più su luoghi santi ma si rivolge a tutti gli uomini senza discriminazioni”. Il sacro è là “dove c’è Gesù e una comunità ecclesiale che vive l’amore fraterno, non perché separata dal mondo”. “Oggi molti chierici vogliono tornare indietro per trovare il senso del sacro – ha affermato Thomas Sternberg, della Westfälische Wilhelms Universität di Münster (Germania) – ma è una strada sbagliata”. La domanda è “come trovarlo nel nostro tempo in cui una grande libertà porta ad una banalizzazione diffusa”. Infatti se “per gli anziani era proibito toccare i vasi sacri e per i nostri genitori questo ha costituito un atto di liberazione”, i ragazzi di oggi “non vi fanno caso”. Una via può essere, per Sternberg, “l’arte moderna nella quale si può trovare spesso un senso religioso”. “Una ricerca fatta con serietà – ha affermato Sternberg – può portare a cogliere cosa significa il senso del sacro per l’uomo moderno”. Allo stesso tempo “c’è una vicinanza tra arte e liturgia da approfondire per capire come l’arte possa entrare nell’opera d’arte che è la liturgia”.

Rinnovare l’arte. “L’arte sacra – ha ricordato Uwe Michael Lang dell’Università europea di Roma – è chiamata a rendere visibile i misteri della fede e perciò l’artista deve ascoltare la Chiesa, vero soggetto della fede”. Il Magistero, secondo Lang ha “il compito di stabilire i criteri che costituiscano l’arte come sacra, come ha fatto nei secoli, pronunciandosi su problemi come il culto delle immagini”. Le ragioni della crisi dell’arte sacra, già sottolineata da Paolo VI, “sono state individuate da Joseph Ratzinger in un positivismo che nasce da un estremo dominio materiale sul mondo mai visto prima nella storia dell’umanità” che reca “una chiusura verso le grandi questioni della vita e della morte che trascendono la dimensione materiale”, in una sorta di “accecamento dello spirito”. Su quali principi fondare il suo rinnovamento? In quanto fondata “sull’Incarnazione del Verbo nella storia la pura astrazione nell’arte sacra non è adeguata, non per ragioni estetiche, ma per ragioni teologiche” in quanto “rivela un intellettualismo, che trascura la visibilità dei misteri rivelati”. All’inizio di un rinnovamento dell’arte sacra in ogni epoca sta dunque, ha concluso Lang “il recupero di una fede capace di ‘vedere'”.

Arte e liturgia. Non “arte e liturgia”, come se fossero due cose distinte, ma “una inscindibile unità culturale basata su una teologia della trasfigurazione del mondo”: così Robert Taft, del Pontificio Istituto orientale di Roma, ha descritto l’esperienza liturgica ortodossa. Questo è il motivo per cui l’azione liturgica “non è semplicemente una ‘cerimonia’ ma anche un oggetto di contemplazione” e “le icone sono chiamate ‘finestre’ su un altro mondo” tanto che “la più umile chiesa di campagna è ‘il cielo sulla terra’”. “I progetti iconografici – ha spiegato Taft – non sono fissati con rigidità ma nemmeno rimessi all’assoluta disponibilità dell’artista”. Occorre evitare sia “una tradizione che è più imitazione che creazione” che “una cultura che pone al centro la creatività personale dell’artista invece che la storia della salvezza”. L’importante è “parlare alla cultura della gente di oggi armonizzando architettura e iconografia nella celebrazione liturgica”. In questa prospettiva “non ci sono modelli unici e ogni Chiesa può imparare dall’altra, oriente e occidente”. Il grande valore apportato dalla Chiesa latina è “il coraggio di aver affrontato la modernità nel Concilio Vaticano II e il dialogo con la cultura contemporanea”.

Un luogo da ritrovare
Dal conflitto all’unità: intervista con Enzo Bianchi


"Da luogo di comunione a luogo di conflitto": questa la realtà della liturgia oggi nella Chiesa secondo Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, che ha introdotto i lavori del IX Convegno liturgico internazionale "Ars liturgica. L’arte a servizio della liturgia", apertosi il 2 giugno, nello stesso monastero di Bose (fino a domani). L’appuntamento è organizzato in collaborazione con l’Ufficio nazionale per i beni culturali della Cei. Nel corso dell’intervista al SIR che pubblichiamo di seguito Bianchi chiarisce il suo pensiero.

Perché la liturgia da luogo di comunione è diventata luogo di divisione?
"In qualche misura all’interno dello spazio ecclesiale si scontrano, da un lato, coloro per i quali la liturgia non è qualcosa che fa parte della nostra grande tradizione e vorrebbero un rito quasi inventato o reinventato ogni giorno. Altri invece resistono al Concilio e al rinnovamento conciliare e hanno nostalgia della liturgia di altri tempi. L’Eucaristia dovrebbe essere il luogo in cui tutti ci riconosciamo come appartenenti alla stessa Chiesa, è il vincolo di unità dei cattolici, tanto che alla liturgia cattolica non sono ammessi cristiani appartenenti ad altre Chiese. Invece succede che proprio sull’Eucaristia ci dividiamo. Il Papa ha voluto che ci siano due forme dello stesso rito proprio per la sua abbondante carità ma, data questa possibilità, non si capisce perché gli uni debbano pensare che l’Eucaristia dell’altro sia non sufficientemente degna o addirittura contenga degli errori. In ogni caso è l’Eucaristia della Chiesa cattolica, è qualcosa che ci viene donato e che noi dobbiamo accogliere senza farne un luogo di conflitto. Possono cambiare delle forme come nei molti riti che la Chiesa cattolica conosce – Oriente e Occidente – ma l’Eucaristia è quella di Gesù Cristo, quella ricevuta dagli apostoli ed è fatta per unirci, non per dividerci".

Si tratta di una disputa tra liturgisti o ha ripercussioni sulla vita delle parrocchie?
"Non si tratta solo di un dibattito tra addetti ai lavori perché spesso sono proprio le comunità a soffrire di questo antagonismo o di questa diffidenza gli uni degli altri. Le nostre parrocchie risentono già della debolezza della fede, se noi ci dividiamo a livello liturgico, rischiamo di non dare futuro alla Chiesa".

Perché propone di partire da una chiarezza terminologica?
"Una delle ragioni per cui oggi c’è confusione e anche conflitto è perché usiamo le parole con significati diversi e alcune volte le usiamo in senso sviato. Sacro, sacralità: è una parola che torna sovente nel dibattito attuale ma è una parola vaga. In ogni caso, nel cristianesimo il sacro è stato trasceso da Gesù Cristo che ha unito il cielo e la terra e ha tolto ogni muro di separazione perché il sacro è lui, lui è il Dio che si è fatto visibile in mezzo a noi, lui è il Santo, il tre volte santo per eccellenza, ma che si è manifestato in una carne umana".

Quindi il termine "santo" è meglio di sacro?
"Santo è il termine che viene dato a Dio, significa distinto, significa altro e allora Dio è santo, non è sacro. Perché per sacro intendiamo separato, qualcosa che divide, qualcosa che in qualche misura porta l’uomo non ad una comunione ma a una separazione. Santo è una terminologia più fedele alla Bibbia. Le Scritture sono sante, la Bibbia è santa, non sacra".

Qual è lo spazio dell’arte nella liturgia?
"L’arte è convocata nella liturgia, ci deve essere, è ministra, ma non dimentichiamo che l’arte delle arti è la liturgia stessa. Le opere d’arte sono concelebranti perché necessarie, vengono convocate perché la liturgia vive in uno spazio e in un tempo e ha bisogno di oggetti: le vesti, il camice, la patena, l’altare, la stessa forma della chiesa e, quindi, l’architettura. Tutti questi elementi devono essere opere d’arte, devono cantare a Dio, devono rimandare la sua bellezza, evocare la sua gloria ma se sono sciatti, se non dicono nulla, sono in contraddizione con l’opera d’arte che è la liturgia".

È vero che la Chiesa è timorosa nel rapporto con l’arte?
"Qualche volta la Chiesa ha paura di chiedere quello che deve essere, nei confronti della liturgia, un servizio. C’è un’arte religiosa – io preferisco non definirla ‘sacra’ – e un’arte per la liturgia, che non vanno confuse. Non ogni opera d’arte può entrare nella liturgia e neanche tutte le opere religiose; bisogna che siano adeguate all’uso liturgico mentre i committenti ecclesiali non mi sembrano abbastanza capaci di dirigere l’artista affinché la sua opera possa avere questo carattere di adeguatezza".

In questo campo c’è bisogno di più formazione?
"Ci vuole un’educazione e un’ascesi, perché non solo ai fedeli ma sovente anche ai presbiteri che hanno la responsabilità delle chiese manca una grammatica per l’interpretazione dell’opera d’arte e per conservare nello stato di opera d’arte gli edifici che sono loro affidati".