PRETI ANZIANI

La certezza di un dono

Il card. Dionigi Tettamanzi commenta una ricerca in Lombardia

"La vecchiaia che vorrei" è quella "di chi si affida alla paternità di Dio". Il card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha sintetizzato in questi termini la ricerca sui sacerdoti promossa dalla Conferenza episcopale lombarda, la cui "novità" principale consiste secondo il presule nella seconda parte, in cui "si è voluto ascoltatore tutti i sacerdoti, di ogni età, per cogliere nel miglior modo possibile sia le loro attese in ordine alla vecchiaia già in atto o prevista negli anni futuri, sia i doni che il Signore elargisce alle nostre Chiese locali pure negli anni della fragilità e della vecchiaia dei loro preti". Dal primo fascicolo della ricerca – ha detto il card. Tettamanzi nel suo intervento al seminario "La vecchiaia che vorrei", svoltosi oggi all’Ambrosianeum di Milano – emerge che l’età media dei preti lombardi sfiora i 60 anni e che il numero delle ordinazioni sacerdotali è "di molto inferiore a quello dei sacerdoti che lasciano il ministero attivo per motivi o di salute o d’invecchiamento e di morte".

Una sfida che viene da lontano. "Se noi siamo ora di fronte a una sofferta carenza di clero – e dobbiamo prevedere che essa andrà crescendo in maniera preoccupante almeno per i prossimi anni – ci sostiene la certezza che il Signore, attraverso tali difficoltà, vuole dirci qualcosa, vuole farci scoprire nuovi carismi presenti nella nostra Chiesa". Sono parole pronunciate dal card. Carlo Maria Martini già nel 1994. Nel citare il suo predecessore, il card. Tettamanzi ha ricordato che "già da tempo le nostre Chiese di Lombardia si stanno muovendo per dare risposta a questa sfida", interrogandosi "sia su come pensare ad una diversa organizzazione territoriale delle diocesi, sia su come valorizzare tutti i carismi che il Signore semina nella sua Chiesa".

Presenza profetica. La presenza dei "moltissimi preti anziani e ammalati" è "benefica per le nostre Chiese": questa una riflessione dell’arcivescovo di Milano, che ha espresso ammirazione per la loro "perseveranza in un servizio ministeriale fatto con generosità e senza paura del sacrificio", per la "testimonianza preziosa di una vita che accoglie nella fede l’esperienza della malattia e della vecchiaia". Di qui la necessità di "sviluppare riflessioni e proposte in ordine alla dimensione spirituale, relazionale, fraterna della cura dei sacerdoti anziani; di provvedere alle strutture, elaborare le procedure, reperire le risorse perché ai preti delle diocesi lombarde sia assicurato quanto è necessario per la loro serenità, anche nei giorni della malattia e negli anni della vecchiaia". La riflessione è affidata dal cardinale ai Consigli presbiterali di ogni diocesi e ai Consigli pastorali delle comunità cristiane, nella convinzione che "la vita buona" dei preti anziani e l’attenzione ad essi da parte delle comunità cristiane possano diventare "sempre di più un segno profetico anche per la condizione di tutti gli anziani della nostra Regione e per la loro cura solidale da parte delle famiglie e delle istituzioni". "Proprio perché il prete anziano vive una situazione per molti versi simile, se non identica, a quella della popolazione anziana del nostro Paese – ha detto il card. Tettamanzi – egli può e deve dire una parola di speranza per una popolazione che vive l’invecchiamento come un destino vuoto e triste". Tra le "situazioni di difficoltà" dei sacerdoti anziani, l’arcivescovo di Milano ha citato "il sentirsi talvolta emarginati, lasciati soli, non più considerati parte attiva della comunità, non ascoltati quando si elaborano e si verificano progetti e programmi pastorali, guardati con occhi di sopportazione o di compatimento, avvertiti più come problema o ostacolo che non come risorsa e opportunità, ignorati nelle loro competenze e nella loro esperienza".

Meno prediche, più testimonianze. "In una società in cui l’anziano vive spesso marginalizzato" – ha affermato il cardinale – l’istituzione ecclesiale è "quella che – tra le poche – vede lavorare a stretto contatto le diverse generazioni". "Non si tratta solo di un problema di collaborazione istituzionale", ha puntualizzato, ma "di una dimensione relazionale profonda, inter- e intra-generazionale", che può diventare "una preziosa risorsa" sia per la comunità ecclesiale sia per la comunità civile. I preti anziani, secondo il card. Tettamanzi, sembrano infatti "disponibili a lasciare alle giovani generazioni di presbiteri compiti di responsabilità, senza peraltro estraniarsi da un servizio attivo": anche questo "può essere un segno importante in una società che rischia in tutte le sue istituzioni – sociali, economiche, culturali e politiche – di non lasciare spazio adeguato alle nuove generazioni". Ma soprattutto i preti vivono, come tutti gli uomini, il dramma della stagione finale della vita con le sue fatiche: l’invecchiamento, la malattia, la perdita dell’autonomia, l’avvicinarsi della morte. "Come si prepara un prete a morire? Come vive la spogliazione delle sue forze? Come vive quel fine-vita che tanto viene temuto oggi come condizione disumanizzata?", si è chiesto l’arcivescovo di Milano, secondo il quale "il nostro tempo si aspetta meno prediche o dichiarazioni di principi: ha bisogno urgente di testimonianze che indichino come vivere nella fede e nell’amore o dono di sé un tempo che l’uomo oggi riesce solo ad allungare nel suo corso, ma non sempre a riempire di senso e di valore".