MIGRAZIONI E FEDI

I valori comuni

Mons. Vegliò sul dialogo tra cristiani, ebrei musulmani in Europa

“Ogni Stato membro e l’Unione europea nel suo insieme, devono sapere accogliere il fatto religioso”, “il suo ruolo specifico nella costruzione sociale” e nella “promozione della dimensione interculturale”, riconoscendo che, “in questo processo, le istanze politiche, economiche e sociali non bastano”. Lo ha detto il 2 giugno l’arcivescovo mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, nella sua relazione su “Valori comuni nell’ambito dell’impatto religioso e sociale delle migrazioni” durante la Conferenza sul dialogo interreligioso tra cristiani, ebrei e musulmani, promossa nel semestre della presidenza dell’Ungheria del Consiglio dell’Unione europea. La Conferenza si è svolta dal 1° al 3 giugno nel Castello reale di Gödöllö, vicino Budapest, Ungheria. Vi hanno preso parte, oltre al cardinale Peter Erdő, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, ministri, ambasciatori, alti rappresentanti delle tre religioni ed esperti. Mons. Vegliò si è fermato in Ungheria dall’1 al 6 giugno per compiere una visita pastorale, su invito di mons. János Székely, promotore della pastorale per la mobilità umana della Conferenza episcopale d’Ungheria.L’importanza dei luoghi di culto. Ricordando che “le religioni costituiscono una delle forme più importanti dell’identità culturale”, mons. Vegliò ha parlato dei luoghi di culto, che “possono svolgere una funzione primordiale nell’integrazione sociale degli immigrati, perché offrono uno spazio comunitario, stabilendo, allo stesso tempo, delle reti di relazioni e canalizzando le risorse socio-economiche”. Questo è tanto più vero se si considerano le difficoltà dei migranti nel “dover vivere la propria fede religiosa e i propri valori culturali in un contesto nuovo e diverso rispetto a quello delle origini, cosa che potrebbe provocare disorientamento e insicurezza. Di conseguenza, ha affermato l’arcivescovo, “i centri di culto, evitando le forme di ghettizzazione e d’isolamento della società che li accoglie, devono favorire l’apertura nei suoi confronti”. Secondo mons. Vegliò sono tutti ambiti che “favoriscono l’integrazione, nella misura in cui essi stessi saranno aperti alle città e ai quartieri in cui si trovano, stabilendo relazioni diverse, incoraggiando progetti di collaborazione e facilitando il dialogo a tutti i livelli, con le altre religioni, con le associazioni civili e le istituzioni”.L’integrazione non è a senso unico. A proposito di integrazione, mons. Vegliò ha sottolineato che essa “non è un processo a senso unico. Gli autoctoni come gli immigrati devono mostrarsi pronti a percorrere cammini di dialogo e di arricchimento reciproco, che permettono di valutare ed accogliere gli aspetti positivi di ciascuno”. Un processo che “tenga conto del rispetto dell’identità culturale del migrante, come punto di partenza di una sorta di adattamento tra la cultura degli autoctoni e la loro”. Nella promozione dell’interculturalità sono indispensabili due strumenti: “il dialogo e l’educazione”. Il dialogo, ha detto, “deve essere lo strumento più importante da utilizzare nelle relazioni, in ogni ambito della vita umana”. Però, ha precisato l’arcivescovo, “si pone un grande problema: per accogliere coloro che arrivano e stabilire un dialogo costruttivo con loro, l’Europa ha occultato i principi e i valori che hanno segnato la sua nascita e l’hanno modellata. Il continente europeo ha silenziato o rinnegato le sue radici cristiane”. Questo, a suo avviso, “impedisce un’accoglienza adeguata ed una reale integrazione degli immigrati che provengono da un altro contesto culturale, perché per loro è impossibile stabilire un dialogo con una terra sprovvista di volto e di storia, una terra senza principi comuni e valori fondamentali”. Secondo mons. Vegliò, un altro motivo del “fallimento” dell’accoglienza dei migranti nel continente europeo, è dovuto al fatto “che si è realizzato in maniera passiva ed è stato giustificato da un desiderio di tolleranza”. “A più riprese – ha osservato – noi confondiamo il concetto di tolleranza con l’accettazione acritica di tutti gli stili di vita, a partire da un rispetto senza limiti ed evitando di emettere qualsiasi giudizio nei loro confronti”.La strada dell’educazione interculturale. Mons. Vegliò ha evidenziato dunque il valore dell’educazione interculturale, rivolta sia alla “cultura di maggioranza, sia alle minoranze”, con i seguenti obiettivi: “insegnare a rispettare e apprezzare le diverse culture, scoprendo i reciproci elementi positivi; modificare i comportamenti di paura o indifferenza nei confronti della diversità; educare all’accoglienza, all’uguaglianza, alla libertà, alla non discriminazione; contrastare le generalizzazioni, i pregiudizi, gli stereotipi, superare l’individualismo e l’isolamento dei gruppi chiusi”.