UMBRIA
Ambiguità di una proposta per la famiglia
Il 12 aprile scorso la Terza Commissione consiliare dell’Umbria ha espresso parere favorevole – con cinque voti a favore, quattro contrari e un astenuto – sulla proposta di regolamento predisposta dalla Giunta in attuazione dell’art. 7 della legge regionale 13 del 16 febbraio 2010 sulla “Disciplina dei servizi e degli interventi a favore della famiglia”. Tale articolo ha introdotto interventi di sostegno alle famiglie “vulnerabili”, che non sono quelle “povere”, bensì quelle che, per situazioni contingenti, possono essere esposte al rischio di “scivolare” sotto la soglia di povertà. Criteri non condivisibili. Le famiglie beneficiarie, che possono richiedere una tantum un contratto di sostegno compreso tra i 300 e gli 800 euro, sono individuate in base a tre criteri: il verificarsi di una situazione di emergenza comprovata dai competenti uffici per la cittadinanza (riduzione o perdita del lavoro; nascita, adozione o affido di un ulteriore figlio; spese per l’istruzione dei figli; insorgenza di condizioni di non autosufficienza a causa di grave malattia), lo status anagrafico (famiglie numerose, con figli, ma anche quelle cosiddette “unipersonali”) e il reddito (che deve attestarsi tra i 7.500 e i 23.000 euro annui). “La nostra Regione è indubbiamente creativa – chiosa Simone Pillon, presidente del Forum delle associazioni familiari dell’Umbria – perché in questo regolamento dà una definizione di ‘famiglia unipersonale’ inedita e contraddittoria. È evidente la differenza tra una persona e una famiglia, che per sua natura è ‘comunità di persone’: questo, oltre la logica, ce lo dicono la Costituzione, che all’art. 29 la definisce ‘società naturale fondata sul matrimonio’, e la stessa legge regionale 13/2010, il cui art. 1 afferma che il nucleo familiare è ‘formato da persone unite da vincoli di coniugio, parentela e affinità’. Ora, noi non intendiamo in alcun modo discriminare le persone che vivono da sole e sono in difficoltà, tuttavia non si può affermare che tali persone costituiscono una famiglia. Ci sono altri strumenti per sostenere queste persone, e pertanto le risorse devono essere individuate nel settore delle politiche sociali, non delle politiche familiari”. Soldi dilapidati. Eppure, all’epoca della sua approvazione fu apprezzata la legge regionale 13/2010, la prima d’iniziativa popolare in Umbria, corredata da 12 mila firme. “Una discreta legge – ammette Pillon -, per cui si sarebbe potuto fare di più ma che ha comunque stanziato risorse in misura sufficiente: 3 milioni di euro ‘dilapidati’ da questo regolamento, il quale prevede interventi di 300-800 euro che non servono a nulla se non a perpetuare logiche di assistenzialismo. Invece di fare riforme strutturali, come l’introduzione del ‘fattore famiglia’ (cioè di una fascia di reddito non tassabile crescente all’aumentare del numero dei familiari, ndr), si è preferito ancora una volta costringere le famiglie a mendicare volta per volta irrisori interventi a pioggia”. E non è tutto: “I finanziamenti previsti per le associazioni familiari, il cui ruolo era stato riconosciuto con la legge regionale 13/2010, sono stati prima ridotti, poi messi nello stesso calderone da condividere con gli oratori, che operano in tutt’altro settore. Dato il comune riferimento alla stessa area, viene il sospetto che la Regione, piuttosto che fare serie politiche familiari, cerchi di assicurarsi l’appoggio dei cattolici con inutili ‘interventi-spot'”. Si farà ricorso al Tar. Quindi, chi beneficerà di queste risorse? “Solo le famiglie di fascia media – risponde Pillon -. Questi interventi non gioveranno alle famiglie più povere – infatti quelle con reddito inferiore ai 7.500 euro sono incredibilmente escluse dagli interventi in quanto, secondo la Regione, a loro dovrebbero pensare i Comuni – né a quelle più numerose, alle quali sarebbe necessario guardare con attenzione ben maggiore. La vicepresidente della Giunta regionale Carla Casciari, quando afferma che le ‘famiglie unipersonali’ ammontano al 20,5% del totale delle famiglie umbre, non fa che dimostrare come una grande quantità di risorse destinate alle famiglie sia in realtà stornata verso ‘non-famiglie’. Eppure abbiamo tentato davvero ogni strada per evitare che una definizione di famiglia puramente ‘anagrafica’ fosse inopinatamente trasferita in ambito civilistico: abbiamo organizzato manifestazioni, inviato lettere. Niente da fare: sembra proprio che la distinzione tra politiche sociali e politiche familiari non sia sufficientemente chiara per la Regione Umbria. Quanto sarebbe più efficace ed efficiente, ad esempio, intervenire a favore di situazioni difficili (disabilità, malattia, vecchiaia…) sostenendo prima di tutto il nucleo familiare? Comunque non ci diamo per vinti: contro questa interpretazione del concetto di famiglia, che ora è esteso ai single ma mira a comprendere in futuro anche le coppie omosessuali, ricorreremo al Tar; è davvero incredibile quanto palesemente il regolamento violi la legge che deve attuare”.a cura di Fabio Massimo Mattoni(10 giugno 2011)