POPOLAZIONE UE
Eurostat: alcuni dati previsionali per i prossimi 50 anni
L’Europa sta invecchiando, non c’è dubbio, è una constatazione persino troppo evidente. I nonni diventano più numerosi dei bebè. Ma quali conseguenze comporterà tale processo demografico? Quali provvedimenti possono essere assunti per attenuare un trend apparentemente irreversibile? Sono domande che i demografi si pongono di frequente, ma anche il mondo della politica dovrebbe occuparsene. Eurostat, ufficio statistico della Commissione Ue, ha rilanciato il tema presentando alcuni dati previsionali per i prossimi 50 anni. Gli stessi esperti affermano che, trattandosi di proiezioni, occorre trattare le cifre “con prudenza”. Ma gli interrogativi rimangono sul tavolo.Capelli grigi e conseguenze sociali. “La popolazione dell’Ue27 dovrebbe aumentare dagli attuali 501 milioni di abitanti a 525 milioni nel 2035, toccare un picco di 526 milioni nel 2040, per poi diminuire progressivamente, stabilizzandosi a 517 milioni nel 2060”. Si tratta, appunto, di previsioni di lungo periodo, dunque le incertezze sono molteplici; si pensi a quanto potrebbe accadere in mezzo secolo per quanto riguarda la natalità, le migrazioni, oppure le nuove scoperte della medicina, che già oggi prolunga di molti anni la vita media degli europei. Ma gli statistici sono meno incerti nelle loro indicazioni quando si tratta di affermare che “la popolazione comunitaria continuerà a invecchiare”. Gli ultra 65enni passeranno – stando alle dinamiche demografiche attuali – dal 17% della popolazione del 2010 al 30% nel 2060. Le persone con oltre 80 anni d’età saliranno invece dal 5 al 12% del totale. Tutto questo avrà evidenti ricadute sotto vari profili: previdenziale, lavorativo, sanitario; la composizione dei nuclei familiari varierà. Gli Stati europei dovranno preoccuparsi (in realtà l’Ue indica che il problema esiste già adesso) della sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici, della riorganizzazione dei sistemi sanitari (più geriatria, meno neonatalità; lungodegenze, cronicità, stadi terminali…). Eurostat non si pronuncia circa il fattore migratorio: però occorrerà riflettere sull’importanza dell’arrivo di forze giovani da Paesi terzi per sopperire a una Europa dai capelli grigi.Cambia la “classifica”. Addentrandosi tra le cifre diffuse l’8 giugno dall’ufficio statistico dell’Unione, si scopre che la situazione fra un Paese e l’altro riserverà sorprese, differenze, anomalie. La popolazione dovrebbe aumentare in 14 degli attuali Stati Ue e diminuire in 13. “La più accentuata crescita demografica si dovrebbe ravvisare in Irlanda”, che oggi presenta uno dei tassi di natalità più alti (+46%), in Lussemburgo (+45%), a Cipro (+41%). Il Regno Unito è il Paese, tra quelli più grandi, che segnala la crescita più consistente (+27%). Tendenza positiva anche per Belgio, Svezia e, distaccate, Francia, Spagna, Danimarca. Curva negativa, invece, per la Bulgaria (emigrazione, modesti tassi di natalità), che dovrebbe perdere oltre un quarto degli abitanti (-27%), seguita da Lettonia, Lituania, Romania. Ma la contrazione del numero degli abitanti non è in relazione diretta, come si potrebbe pensare, al tasso di sviluppo economico: la Germania, infatti, è il caso più eclatante tra i Paesi maggiori, essendo prevista una diminuzione della popolazione pari al 19%, passando dagli 81 milioni attuali ai 66 milioni del 2060. In questo senso la “classifica” dei Paesi con la popolazione più numerosa sarà rettificata: al primo posto passerebbe il Regno Unito, salendo da 62 a 78 milioni; quindi seguirebbe la Francia (da 64 a 73 milioni di persone), poi Germania, quindi Italia (da 60 a 65 milioni), Spagna (da 45 a 52), mentre la Polonia scenderebbe da 38 a 32 milioni di residenti.Da un Paese all’altro. Tornando all’età, Eurostat sottolinea: “La popolazione dell’Ue27 dovrebbe invecchiare per tutto il periodo considerato”. Due le ragioni principali: una “fecondità relativamente debole” (nascono pochi bambini) e “un numero considerevole e crescente di persone che vivono fino a tarda età”. “Tale processo di invecchiamento – sottolineano gli esperti – dovrebbe verificarsi in tutti gli Stati” dell’Unione europea. Così fra cinquant’anni gli ultra 65enni dovrebbero ad esempio essere il 22% in Irlanda (la popolazione mediamente più giovane in Europa), il 25% nel Regno Unito, in Belgio e Danimarca, il 26% in Svezia, il 27% in Francia e Finlandia, il 32% in Italia, il 33% in Bulgaria, Germania e Slovacchia, il 35% in Polonia e Romania, il 36% in Lettonia. “Se si fa una comparazione tra il 1960 e il 2060”, nota Eurostat, considerando quindi un arco di tempo di un secolo, “la popolazione con più di 65 anni salirebbe da due a sei volte a secondo degli Stati membri”. Sempre nel 2060 la parte di cittadini Ue con oltre 80 primavere sulle spalle varierebbe dal 9% in Irlanda, Cipro e Regno Unito al 14% di Germania, Italia e Spagna. Si tratta, come si diceva, di previsioni e di dati da assumere con prudenza, ma certo una riflessione andrebbe avviata sia negli Stati membri sia in sede comunitaria.