PENTECOSTE
La fede e la sofferenza del mondo
Perché contiamo cinquanta giorni dalla festa di Pasqua per celebrare la Pentecoste? Se la nostra redenzione e salvezza è divenuta realtà quando il Risorto ha fatto irruzione nella nostra storia al mattino di Pasqua, perché dobbiamo ancora attendere lo Spirito Santo?
Il sottotesto, cioè quanto sta proprio sotto e sostiene il Vangelo che viene proclamato nelle nostre chiese nell’occasione della festa, cioè tutta la tradizione ebraica, può portarci a comprenderne il significato e ad apprezzarlo.
Sette settimane ci separano dalla notte di Pasqua e ci conducono al Dono della Torah nel giorno di Pentecoste: una notte di veglia pasquale per il popolo schiavo e una notte di veglia per il popolo liberato, in cui la Torah viene letta continuamente, “notte di protezione” la denominano le comunità tunisine.
La Pasqua ebraica proclama infatti il tempo della libertà del popolo uscito dalla schiavitù d’Egitto, la festa delle Settimane il tempo del dono della Torah, della Legge, fondamento dell’esistenza stessa.
La liberazione è il grande passo che apre al servizio del Signore, il popolo era come un carcerato, narra un midrash, cui sia stata promessa, dopo la liberazione, la figlia del re in sposa. Il prigioniero non la beve… però, una volta trovatosi insperatamente in libertà, si dice: se mi è capitata la prima parte della promessa, perché non dovrebbe capitarmene pure la seconda? Ed allora comincia a contare… al cinquantesimo giorno ecco giungere il grande dono.
Gioia di Pasqua e gioia della “Festa delle Sette Settimane”, cioè Pentecoste: in quel giorno il Monte Sinai era coperto di piante e di fiori e allora, ancora oggi, la sinagoga viene ornata con fiori e piante, in alcune comunità persino il rotolo della Torah viene infiorato; si legge lo Shemá, “Ascolta, Israele”, si proclama la Torah e il libro di Ruth perché anche allo straniero è dato di poter accogliere la Torah.
“Festa delle Settimane” in cui, salendo a Gerusalemme, il popolo porta come sua offerta il primo raccolto del frumento e le primizie dei sette frutti considerati benedizione per Israele: grano, orzo, uva, fichi, melograno, olive e datteri.
Tempo di Sette Settimane che educa e prepara, al compimento, alla conclusione.
Gli Apostoli, quando finalmente riconobbero il Risorto, portavano dentro di loro questa grande tradizione, vissuta insieme con le loro famiglie, e riportavano alla memoria quella grande manifestazione sul Monte Sinai dell’Altissimo a Mosé nel Roveto ardente. Con quale animo e con quale aspettativa erano adunati con Mirjam di Nazaret nel Cenacolo? Se la prima promessa, proprio come il carcerato, si era avverata, perché non si sarebbe dovuta avverare anche la seconda? Perché il Roveto non avrebbe ancora dovuto ardere e la Torah essere donata?
Per i cristiani la Torah incarnata è lo stesso Verbo di Dio, Gesù Cristo, che ha promesso il suo Spirito. Ed Egli scese in forma di fuoco che arde e non brucia – proprio come il Roveto Ardente – si posò su tutti loro, annullò la disgregazione delle lingue causata dalla costruzione della torre di Babele e nacque la Chiesa.
Tutto è gioia, tutto canta la benedizione che insegna a riconoscere i miracoli nascosti nel nostro quotidiano: il dono della vita, dell’amore, della Bellezza.
I miracoli non ci esimono però dalla fatica, dall’impegnarci concretamente perché solo se tutte le persone del mondo potranno gioire insieme, la nostra gioia sarà piena.
Finché ogni trenta secondi – dico trenta secondi! – un bimbo muore di malaria perché è tanto povero da non potersi curare e noi non lo vogliamo soccorrere, non si può assaporare la gioia, rimane sempre un retrogusto velato di egoismo, di ipocrisia.
Finché noi dormiamo nel nostro comodo letto mentre il canale di Sicilia conta centinaia di affogati o le nostre terre non accolgono a braccia aperte i profughi intirizziti, disidrati, affamati, sradicati dalle loro case, perché lo si sa bene, la casa rimane sempre casa, siamo ripiegati e coviamo negatività.
Finché ci ammaliamo e continuiamo a morire per la contaminazione di agenti nucleari, la nostra giustizia (ma anche la nostra intelligenza creativa) è davvero miope ed inefficace.
Finché una ragazzina, come Yara, non può rientrare nella sua famiglia dopo un incontro nella sua abituale palestra, il nostro degrado morale è assai grave.
Finché la corruzione non viene estirpata dai vari strati della nostra società e lo sport non impara nuovamente ad essere sport, cioè salutare svago e ri-creazione di rapporti amichevoli, non possiamo davvero insegnare nulla ai giovani.
Lo Spirito però è creatore e può infondere nuova vita, nuova speranza. Che cosa ci insegna allora?
Egli dentro di noi ora grida, ora sussurra, ora piange: “Abbà, Padre!”, ci insegna che la liberazione è avvenuta ma che è anche nostra quotidiana conquista e che le nostre parole dovrebbero essere solo parole della Torah, parole di Gesù, parole intrise di giustizia certamente, ma bagnate dalla misericordia.