RASSEGNA DELLE IDEE
“The Guardian”: uno scrittore interpreta una cultura che corre in Europa
Morire alle proprie condizioni. È quello che auspica lo scrittore inglese T. Pratchett, al quale è stato diagnosticato, purtroppo, un morbo degenerativo precoce. Per sé desidera che, al momento da lui stabilito, possa trovarsi comodamente seduto su una poltrona nel giardino di casa con un brandy in una mano e un bicchiere di farmaci per l’eutanasia nell’altra. Per tutti chiede la creazione di un tribunale indipendente composto da saggi che possano agire per il bene della società e del richiedente nel decidere se possa essere permesso a quest’ultimo di scegliere di accelerare la propria morte.Queste dichiarazioni, riportate dall’autorevole giornale inglese “The Guardian” del 7 giugno 2011, sono sintomatiche di come oggi sempre più venga intesa l’eutanasia in Europa. Infatti, la rivendicazione del diritto a morire è uscita dallo scenario tradizionale di un episodio drammatico provocato da sofferenze insopportabili, che si dovrebbe concludere con un gesto di compassione. Falsa, naturalmente. Oggi l’eutanasia ha preso il volto della scelta – death by choice – pretendendo di essere riconosciuta come espressione del pluralismo culturale, come un’alternativa imposta dai cambiamenti nell’assistenza sanitaria o come un’esigenza di rispetto della volontà di chi preferisce la morte alla vita.Effettivamente, la questione della libertà individuale ha avuto molto peso negli ultimi decenni anche in Europa, a cominciare dalla legalizzazione dell’aborto. In questo senso chi propone il valore inviolabile della vita in tutte le sue fasi, dovrebbe, ormai, rassegnarsi ad accettare che esiste un valore superiore alla vita stessa: quello della libertà individuale, inteso come autonomia assoluta nel decidere come far nascere e, ora, come far morire. In realtà, tante sarebbero le considerazioni che si potrebbero portare contro questo sovvertimento di priorità. Uno, ad esempio, è quello dell’indebolimento del rapporto medico paziente. L’eutanasia, scelta della persona, si configura come un suicidio assistito, perché i farmaci da tenere in mano sono stati prescritti e consegnati da un medico. Ora, pretendere che il medico, forte della sua tradizione ippocratica, diventi il collaboratore necessario per la morte del paziente è non solo aberrante, ma anche profondamente ingiusto. Non si capisce, infatti, perché la volontà di morte di un malato debba prevalere sulla coscienza e la professionalità del medico, da sempre impegnato a salvare, ragionevolmente, la vita di una persona, e ad assisterla oggi con efficaci cure palliative. Procurare la morte è una scelta che metterebbe fortemente in crisi la figura del medico. Pretendere questa collaborazione è pensare alla relazione medico – paziente come a quella in cui il cliente che deve essere sempre soddisfatto.In definitiva, torna in gioco il significato che si dà alla libertà: se davvero fosse un assoluto, si potrebbe esercitare sempre; invece, già un paio di secoli fa, I. Kant affermava che la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro. In verità, assoluto può essere solo il valore e la dignità della vita, davanti al quale le libertà di tutti si confrontano e responsabilmente si misurano. Ma la “morte per scelta” rivela un altro grave dramma che l’Europa non deve dimenticare: la perdita del significato ultimo dell’esistenza. La morte pone fine alla vita fisica, ma non è la fine dell’uomo né è il suo fine. In lui c’è un anelito all’eterno, una speranza che l’esperienza di una intera vita non vada perdita, anzi sia ritrovata e decifrata da Qualcuno che quella vita l’ha voluta. Come si fa a passare su tutto questo, semplicemente non parlandone? È vivere pienamente dimenticare che l’uomo da sempre si sente proiettato oltre il tempo? Il giornalista inglese afferma che, se sapesse che potrebbe morire nel momento deciso da lui, allora improvvisamente ogni giorno sarebbe prezioso come un milione di sterline. Che cosa dà preziosità alle giornate? Solo il riempirle di esperienze che poi finiscono? “La fine della vita è essa stessa ancora vita”. Parole di Romano Guardini, che spiega quale è il significato vero dell’ultimo periodo dell’esistenza terrena. “Vi si attuano valori che si possono attuare solo in questo frangente”. Con l’accettazione della fine naturale il comportamento acquista pacatezza e superiorità, così da superare sia l’angoscia, sia il desiderio di gustare il piacere, sia la “fretta di vivere quanto resta da vivere”, l'”ansia con cui si sfrutta all’esterno ogni attimo del tempo che si va accorciando”. Proprio accettando serenamente la nostra caducità, cresce in noi la consapevolezza della perennità. “L’eterno non è in rapporto con la vita biologica, bensì con la persona”. Ecco la scoperta, cui giunge chi sa accettare di vivere pur nell’avanzare del declino di sé.