UNIVERSITÀ

La sfida dei saperi

Di fronte ai cambiamenti culturali, sociali, economici e tecnologici

"L’Università e la sfida dei saperi. Quale futuro?". Questo il tema dell’VIII Simposio internazionale dei docenti universitari organizzato dall’Ufficio diocesano per la pastorale universitaria della diocesi di Roma da oggi al 25 giugno. All’appuntamento sono attesi 400 partecipanti, provenienti da tutto il mondo. La Pontificia università lateranense ospita la giornata di apertura: intervengono, tra gli altri, il card. Angelo Scola, patriarca di Venezia, Eric McLuhan, docente emerito all’Università di Toronto, e Jakob Rhyner, vicerettore per l’Europa di United Nations University. I presenti parteciperanno, questa sera, alla messa presieduta da Benedetto XVI nella solennità del Corpus Domini, presso la basilica San Giovanni in Laterano. Domani (24 giugno) l’incontro prosegue all’Antonianum, con una tavola rotonda su "L’Università: attualità e prospettive internazionali" e gli interventi di Bruno Luiselli, accademico dei Lincei, Stefano Zamagni, dell’Università di Bologna, Joao Cesar da Neves, dell’Università Cattolica di Lisbona, e John Haldane, dell’Università di St. Andrews. Sabato 25 le conclusioni. Il SIR ha rivolto alcune domande a Cesare Mirabelli, dell’Università "Tor Vergata" di Roma, che interverrà oggi con la presentazione dell’iniziativa e traccerà le conclusioni del Simposio, insieme con mons. Lorenzo Leuzzi, direttore dell’Ufficio per la pastorale universitaria della diocesi di Roma.

Quali "saperi" sfidano oggi l’Università, e in che senso?
"Oggi è in atto un ripensamento complessivo del ruolo dell’Università, in un momento in cui si avverte qualche elemento di crisi, sia organizzativo sia economico, ma anche di ispirazione ideale. Per questo nasce l’esigenza di riflettere per riappropriarsi del ruolo proprio dell’Università, cioè la ricerca e la formazione, che sono i due binari attraverso i quali si declina l’identità dei singoli atenei. Riflettere sulla ricerca per accrescere i saperi, e sulla formazione per diffonderli, è un duplice compito che spetta da sempre alle Università, che hanno la caratteristica del contatto permanente con il mondo giovanile. Oggi questo compito è diventato più complesso, a causa della parcellizzazione del sapere e del distacco tra ricerca e conoscenze sperimentale, da una parte, e ricerca e conoscenze delle scienze umanistiche, dall’altra. È urgente dunque ritrovare il tratto qualificante dell’Università, cioè l’universalità del sapere, sia nel rapporto tra le varie discipline, sia nei rapporti internazionali tra tutti gli atenei".

Quella che sembra più in crisi è oggi la "visione umanistica" dell’Università…
"Sicuramente, e ciò comporta la necessità di ricercare nuove espressioni dell’umanesimo: è il compito che portiamo avanti, da diversi anni, con il Comitato che organizza il Simposio, e che coinvolge docenti di diverse discipline e Università, sia statali sia libere o ecclesiastiche, valorizzando l’apporto di ciascuno, perché l’Università per definizione non ha confini. C’è sempre un germe di apertura, che appartiene alla storia e all’etimologia stessa del termine Università: la coscienza che c’è sempre stata, e che si sta progressivamente sviluppando, e che tra gli atenei non devono esistere barriere ma un dialogo permanente, con una tensione verso la verità resa possibile dal fatto che l’Università è sganciata dai poteri, è un luogo di libertà".

Oggi le Università sperimentano, sia pure in diversa misura, le difficoltà dovute ai "tagli" imposti dalla crisi economica. Come scongiurare i rischi che una, pur necessaria "razionalizzazione", trasformi la flessibilità in precarietà permanente?
"La ricerca è sempre un buon investimento, come la formazione: l’arricchimento delle competenze è strategico per ogni Paese. Indubbiamente gli elementi di difficoltà ci sono, e ciò impone ad ogni Università di verificare se stessa: ogni ateneo, infatti, ha un’autonomia, ma deve avere anche una grande responsabilità. Il che comporta anche la necessità di presentarsi con autorevolezza, credibilità, a partire dagli stessi comportamenti della comunità universitaria e tenendo conto anche delle critiche, non sempre ingiustificate, sulla gestione delle risorse. La forza di un’Università, in altre parole, nasce dalla sua reputazione".

L’interculturalità è una dimensione ormai "trasversale" agli atenei…
"L’interculturalità è una delle tradizioni delle Università: fin dalle origini, a Bologna, a Parigi, a Cracovia non c’erano barriere per studenti e docenti. Si tratta soltanto di rafforzare e recuperare quello spirito originario. Del resto c’è sempre stata, e si sta ulteriormente sviluppando, una collaborazione tra gli atenei, nella direzione di modelli formativi comuni che, però, non devono burocratizzare le Università, che hanno bisogno di originalità nell’innovazione e nella sperimentazione".

In che modo le Università sono chiamate a raccogliere e declinare il ripetuto invito del Papa a coniugare fede e ragione?
"L’esortazione di Benedetto XVI ad ‘allargare gli spazi della razionalità’ non è una consegna solo per gli atenei cattolici, ma un invito forte – rivolto a tutti i docenti – a raccordare ragione e fede, che non sono due realtà antitetiche. Occorre recuperare il dialogo profondo tra le diverse scienze, senza restringere la razionalità alla sfera sperimentale".