CAMPANIA

La battaglia dei rifiuti

Un piano di azione delle istituzioni locali

La crisi rifiuti imperversa in Campania e la Giunta regionale dispone alcuni provvedimenti: il primo è l’adozione del Piano regionale di gestione dei rifiuti speciali, che prevede ora la fase di consultazione pubblica e la valutazione ambientale strategica e poi il comitato tecnico dovrà esprimere il proprio parere. Il secondo è l’adozione del Piano regionale di gestione dei rifiuti urbani, indispensabile, insieme con il primo, per rispondere alle richieste dell’Unione europea per la quale l’adozione del Piano è condizione essenziale per lo sblocco delle risorse e per impedire la revoca di tutti i finanziamenti. Anche per il Piano regionale di gestione dei rifiuti urbani ora si dà l’avvio alla fase della consultazione pubblica del documento di pianificazione. Intanto, si è svolto la sera del 21 giugno un incontro tra le istituzioni locali, Regione, Comune di Napoli e rappresentanti delle Province, sulla crisi dei rifiuti, che ha portato alla definizione di un piano di azione condiviso da tutti i partecipanti.Solo un primo passo. Per quanto riguarda i rifiuti speciali, Pasquale Giustiniani, docente di bioetica alla Facoltà di giurisprudenza della Seconda Università degli Studi di Napoli e membro della Commissione salvaguardia del creato della Conferenza episcopale campana, ricorda che “per ora siamo soltanto di fronte ad una proposta di Piano regionale per la gestione dei rifiuti speciali, in attesa dell’approvazione definitiva da parte del Consiglio regionale, attesa entro la fine dell’anno”. Per l’esperto, “la Giunta Caldoro offre finalmente alla discussione pubblica, oltre all’adozione del Piano regionale di gestione dei rifiuti urbani, la sua proposta per la gestione dei rifiuti speciali, pericolosi e non per la biosfera e la salute umana. Tutto questo, però, mentre ancora non si riesce a raggiungere l’ordinarietà nella gestione e nello smaltimento dei rifiuti urbani”. Il fatto più rilevante della proposta regionale, per Giustiniani, “è rappresentato dal Rapporto ambientale, dal quale emergono impietosamente gli aspetti più critici”. Per esempio, “Napoli e Salerno – le province per le quali è prevista ancora dalla Regione la sempre più desueta tecnologia dei termovalorizzatori – restano le province dove si producono i maggiori rifiuti speciali pericolosi”. Inoltre, “il Rapporto segnala il vasto capitolo relativo alle bonifiche di vasti territori, per esempio quella del bacino idrografico del fiume Sarno, che comporterà la gestione di ulteriori rifiuti speciali”. Cammino complesso. “Mi sembra importante – dice don Aniello Tortora, direttore dell’Ufficio pastorale per la salvaguardia del creato della diocesi di Nola – che finalmente la Giunta abbia preso in considerazione l’adozione di un Piano regionale dei rifiuti speciali. Sappiamo bene tutto quello che è successo in regione, particolarmente nel ‘triangolo della morte’ (Acerra-Marigliano-Nola). Complice la camorra, ditte del Nord venivano a sversare, inquinando i nostri terreni e provocando un alto tasso di diossina, con l’aumento di malattie tumorali nelle nostre zone”. Anche il fatto che ci sia una consultazione e una valutazione ambientale sembra “un fatto importantissimo” al sacerdote. Certo “il problema è complesso e il cammino pieno di difficoltà. Sciogliere l’intreccio politica-camorra e malaffare non sarà semplice. La Chiesa, che già fa tanto, deve continuare a educare a una cittadinanza attiva che salvaguardi il nostro creato”.Scelte serie. Il Piano regionale per i rifiuti urbani “prevede in Campania 5 inceneritori e in particolare uno a Napoli est, mentre il Comune di Napoli dice che non è necessario. Spesso sembra di assistere a scelte ideologiche”, denuncia Giuseppe Irace, responsabile della Commissione ambiente della Consulta delle aggregazioni laicali della diocesi di Napoli, il quale ricorda: “In Campania abitano 5.850.000 persone che producono circa 2.800.000 tonnellate all’anno di rifiuti. Un corretto ciclo dei rifiuti prevede che il materiale secco si ricicli in moderni impianti industriali, l’umido si recuperi in impianti di compostaggio, il restante vada in termovalorizzatori per il recupero energetico e le ceneri di scarto in discarica. La Campania è ricca di impianti di riciclaggio della frazione secca, ma in più di 18 anni di emergenza non ha realizzato nessun impianto di trattamento della frazione umida e ha aperto il solo impianto di incenerimento di Acerra che però funziona a un terzo delle sue potenzialità”. Secondo Irace, “un corretto approccio pianificatorio deve operare a lungo termine con una previsione di una raccolta differenziata almeno al 50%, dovendo prevedere impianti di incenerimento per una portata di 1.400.000 tonnellate all’anno, visto che Acerra dovrebbe coprire 600.000 ed è di queste ore l’affidamento dell’impianto di Salerno che ha una portata di 300.000”. “La scelta da operare è come si coprono le restanti 500.000? È opportuno pensare a un secondo impianto nella provincia di Napoli? Se sì, è opportuno pensarlo a Napoli est dove è in previsione la riqualificazione? Queste sono le scelte serie, non su base ideologica, che deve fare la politica”, conclude Irace.a cura di Gigliola Alfaro(24 giugno 2011)