ESPERIENZE
Singolare esperienza al Collège des Bernardins a Parigi
“Scioccante, sorprendente, magica”. Così cinquanta manager parigini descrivono l’esperienza delle “Cene del silenzio”, iniziativa promossa con grande successo dal Collège des Bernardins che ha proposto loro di condividere un pasto “meditativo” con otto carmelitani contemplativi. Occasione per interrogarsi su se stessi e su Dio. A darne notizia è Claire Lesegretain sul quotidiano cattolico francese “La Croix”. Esperienza spirituale che pone di fronte a se stessi. Il primo appuntamento si è tenuto una sera di gennaio, il secondo pochi giorni fa, il prossimo, annuncia Constance de Ferrière, coordinatrice dell’iniziativa, è stato programmato per fine settembre. L’idea è venuta a due produttori cristiani: Édouard de Vessine, che si definisce “un credente piuttosto praticante dopo aver ritrovato la pratica a 40 anni”, e Thierry Bizot, la cui testimonianza di conversione ha ispirato il film “Qui a envie d’être aimé?”. “Vogliamo creare – spiega de Vessine – un mini evento abbastanza intrigante e originale per attrarre quadri superimpegnati che spontaneamente non verrebbero mai in un luogo di Chiesa”. Gli ospiti vengono accolti alle 20 da Michel de Virville, condirettore del Collège ed ex manager Renault, che sintetizza il senso dell’iniziativa: “Il silenzio non è solo tacere, è un’esperienza spirituale che pone di fronte a se stessi”. Nella cantina sotterranea, sotto le volte ad ogiva, entra padre Antoine Guggenheim, direttore di ricerca del Collège, che invita al raccoglimento: “Il silenzio è benefico; permette di accedere ad una dimensione del proprio essere che apporta gioia e pace”. In fondo alla cantina una statua di Cristo deposto: “il padrone di casa”, l’aveva definita il card. Jean-Marie Lustiger. I commensali prendono posto a tavola accanto a otto monaci carmelitani del convento di Mont-martre nei loro sai marrone scuro. Le note musicali di un piano meditativo del compositore estone Arvo Part si levano in tre riprese, dopo le letture scelte ogni sera, “per immergersi dolcemente nel silenzio”.Ritrovare il valore del tempo e dei gesti. Si ascolta l’inno alla carità di San Paolo e, osserva Lesegretain, “ci si sorprende di ritrovare il tempo di masticare, gustare. Ogni boccone, ogni gesto assume importanza” mentre si instaurano il sorriso e “una sorta di complicità con chi è di fronte; alcuni sguardi si levano verso le volte, altri si rivolgono verso l’interiorità. I pensieri si acquietano. I volti si distendono”. Poi si ascolta un brano di Madeleine Delbrêle sul silenzio ed un altro di Antoine de Saint-Exupéry. “Testi di soglia – spiega ancora de Virville – in grado di raggiungere persone che non condividono la fede”. Per padre Guggenheim questa scelta di testi “è l’aspetto più difficile”. Il brano evangelico scelto la prima sera, “Nessuno può servire due padroni, Dio e Mammona”, era stato ritenuto “coraggioso”da questi uomini e donne coscienti di essere finanziariamente favoriti”. Per limitare distrazioni vengono serviti vassoi da dividere tra quattro commensali: “tra sei o otto come la prima volta creava troppo disordine” sostiene Constance de Ferrière. Le letture entrano così in profondità che, osserva Lesegretain, “ci si sente quasi delusi” quando, dopo cinquanta minuti, arriva l’invito di de Virville a rompere il silenzio e risalire al piano superiore per prendere il dessert”.Ritorno all’essenziale. Dopo questa parentesi di “interiorità che riporta all’essenziale”, viene il momento della condivisione e degli scambi di impressioni. Antoine, quadro finanziario venuto per la prima volta, dice di essersi sentito “libero, senza l’obbligo di dover avere la prima e l’ultima parola come durante le cene in città”. Sylvie, dinamica cacciatrice di teste e al secondo appuntamento, confida di essersi iscritta, dopo la prima “cena del silenzio”, ad un monastero per un ritiro e di “avere preso gusto al silenzio vissuto collettivamente”. Philippe, agente immobiliare, rievoca spontaneamente la propria conversione, vent’anni fa, sul cammino di Santiago de Compostela. Quanto a frère Dominique, sessant’anni, abituato alla contemplazione, si sorprende di “avere pregato meglio durante questo pasto condiviso che durante la mia ora di orazione da solo”.