PIETRO E PAOLO
Benedetto XVI, l’amicizia nella fede, il compito dei Pastori nella Chiesa
"’Non vi chiamo più servi ma amici’. A sessant’anni dal giorno della mia ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande arcivescovo, il card. Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di ordinazione". Con questa nota personale Benedetto XVI ha iniziato, stamattina, l’omelia della messa, nella basilica di San Pietro, per la solennità dei Santi Pietro e Paolo e l’imposizione del pallio ai nuovi metropoliti. Oggi ricorre, inoltre, il 60° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del Papa.
Amico. "Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo ha aggiunto il Pontefice -, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati". Tuttavia, "ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati". Non solo: "Egli mi affida le parole della consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me".
Come il vino pregiato. "Non più servi ma amici": ma cosa è veramente l’amicizia? "L’amicizia ha osservato il Santo Padre – è una comunione del pensare e del volere". In realtà, "l’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il ‘sì’ dell’adesione alla sua". C’è poi un terzo elemento: "Egli dà la sua vita per noi". La parola di Gesù sull’amicizia "sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli". Il primo "è quello di mettersi in cammino, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri". Dunque, "il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio". Ma Gesù chiede anche di portare frutto, "un frutto che rimanga!". Ma qual è il frutto che rimane? "Ebbene ha affermato Benedetto XVI -, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine". Dopo aver ripercorso i passaggi necessari affinché si produca uva buona e vino pregiato, sole e pioggia, giorno e notte, processi di maturazione e fermentazione, il Papa ha domandato: "Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta".
Immagine dell’amore. Un’ulteriore domanda: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? "Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi", ha sostenuto il Pontefice, per il quale "l’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico". Solo così, "nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce".
Giogo dolce ed esigente. Dopo aver dedicato questa riflessione al ricordo del suo 60° di sacerdozio, il Santo Padre ha rivolto un pensiero agli arcivescovi metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli cui oggi è stato imposto il pallio che ricorda "innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle". Il giogo di Cristo "è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un ‘giogo dolce’, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro". Il pallio viene intessuto con la lana di agnelli e ciò ricorda che il Pastore è diventato "Egli stesso Agnello, per amore nostro". "Ci ricorda ha detto – Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità me sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro". "Il pallio ha concluso – significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo".
Sulla fede di PietroLe parole di Benedetto XVI all’Angelus
"Scusate per il ritardo, la messa per la solennità dei Santi Pietro e Paolo è stata lunga e bella. E abbiamo pensato anche a quel bell’inno della chiesa di Roma che comincia: ‘O Roma felix!’. Oggi, nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, patroni di questa Città, cantiamo così. ‘Felice Roma, perché fosti imporporata dal prezioso sangue di così grandi Principi. Non per tua lode, ma per i loro meriti ogni bellezza superi!’". Ha esordito così Benedetto XVI, stamattina, nell’introdurre la recita dell’Angelus con i fedeli e i pellegrini convenuti in piazza San Pietro.
Ali, mani, piedi, fiumi. "Come cantano gli inni della tradizione orientale ha affermato il Papa -, i due grandi Apostoli sono le ‘ali’ della conoscenza di Dio, che hanno percorso la terra sino ai suoi confini e si sono innalzate al cielo; essi sono le ‘mani’ del Vangelo della grazia, i ‘piedi’ della verità dell’annuncio, i ‘fiumi’ della sapienza, le ‘braccia’ della croce". In realtà, "la testimonianza di amore e di fedeltà dei Santi Pietro e Paolo illumina i Pastori della Chiesa, per condurre gli uomini alla verità, formandoli alla fede in Cristo. San Pietro, in particolare, rappresenta l’unità del collegio apostolico". Per tale motivo, il Pontefice, durante la liturgia celebrata questa mattina nella basilica vaticana, ha imposto a 40 arcivescovi metropoliti "il pallio, che manifesta la comunione con il vescovo di Roma nella missione di guidare il popolo di Dio alla salvezza". Il Santo Padre ha quindi ricordato le parole di sant’Ireneo, vescovo di Lione, secondo il quale alla Chiesa di Roma per la sua peculiare principalità "deve convergere ogni altra Chiesa, cioè i fedeli che sono dovunque, perché in essa è stata sempre custodita la tradizione che viene dagli Apostoli".
A fondamento della Chiesa. "È la fede professata da Pietro ha sottolineato Benedetto XVI – a costituire il fondamento della Chiesa: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’ si legge nel Vangelo di Matteo. Il primato di Pietro è predilezione divina, come lo è anche la vocazione sacerdotale: ‘Né la carne né il sangue te lo hanno rivelato dice Gesù ma il Padre mio che è nei cieli’". Così accade, ha spiegato il Papa, "a chi decide di rispondere alla chiamata di Dio con la totalità della propria vita. Lo ricordo volentieri in questo giorno, nel quale si compie per me il sessantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale". "Grazie per la vostra presenza e le vostre preghiere", ha detto rivolgendosi ai fedeli presenti in piazza. "Sono grato voi, sono grato soprattutto al Signore ha continuato – per la sua chiamata e per il ministero affidatomi, e ringrazio coloro che, in questa circostanza, mi hanno manifestato la loro vicinanza e sostengono la mia missione con la preghiera, che da ogni comunità ecclesiale sale incessantemente a Dio, traducendosi in adorazione a Cristo Eucaristia per accrescere la forza e la libertà di annunciare il Vangelo".
Artigiani dell’unità. "In questo clima ha proseguito il Pontefice -, sono lieto di salutare cordialmente la Delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, presente oggi a Roma, secondo la significativa consuetudine, per venerare i Santi Pietro e Paolo e condividere con me l’auspicio dell’unità dei cristiani voluta dal Signore". Poi l’invocazione alla Vergine Maria, Regina degli Apostoli, "affinché ogni battezzato diventi sempre più una ‘pietra viva’ che costruisce il Regno di Dio". Dopo l’Angelus, in francese il Santo Padre ha invitato ad "essere missionari del Vangelo. "Rinnoviamo il desiderio di essere dove siamo artigiani risoluti e perseveranti dell’unità perché il mondo creda", è stato l’auspicio. In inglese ha detto: "Possano tutti i cristiani, seguendo le orme di Pietro e Paolo, rendere testimonianza coraggiosa del Vangelo che ci rende liberi". In tedesco Benedetto XVI ha salutato in particolare "la delegazione della Baviera, venuta a Roma in occasione del giubileo dei sessant’anni della mia ordinazione sacerdotale. Ringrazio per le preghiere che sono state offerte per me da molti fedeli nei giorni scorsi". Infine, il Papa ha rivolto "un saluto speciale" ai fedeli della sua diocesi di Roma, come pure ai parroci e a tutti i sacerdoti impegnati nel lavoro pastorale.