SUD SUDAN

Che tempo sarà?

Dal 9 luglio il Paese diventa indipendente: speranze e timori

A mezzanotte di sabato 9 luglio il Sud Sudan proclamerà ufficialmente la sua indipendenza diventando il 54° Stato dell’Africa. Della situazione nel Paese il SIR ha parlato con Enrica Valentini, volontaria della Caritas di Como, responsabile dell’Ufficio comunicazioni della diocesi di Wau in Sud Sudan.

Con quali sentimenti la popolazione sta vivendo questi giorni?
"Gioia e paura. Per lungo tempo c’è stata impazienza: il 9 luglio è il giorno in cui un sogno finalmente si avvera. Ora, però, comincia a sentirsi un po’ di tensione. Forse ci si rende conto che le cose non cambieranno tanto in fretta, forse il peso di quello che succede al Nord spaventa, forse essere rimasti senza risorse e rendersi conto che nessuno ha pensato a fare scorte fa riflettere".

Intanto arrivano notizie di combattimenti lungo il confine, specialmente in Sud Kordofan e ad Abyei. C’è il rischio di una nuova guerra?
"La questione della regione contesa di Abyei è ancora aperta. Gli accordi di pace del 2005 prevedono che la popolazione possa decidere se far parte del Nord o del Sud, ma non sono ancora state stabilite le modalità di voto e chi ha diritto a votare, dato che nella zona vivono tribù nomadi e sedentarie. Questioni su cui sarà necessario riavviare le trattative tra Nord e Sud".

E per il Sud Kordofan?
"In questo caso non si rischia una guerra Nord-Sud perché il Sud Kordofan è storicamente parte del Nord. Purtroppo si deve invece parlare di una guerra interna al Nord Sudan, e di una guerra ormai in atto dove cresce il numero di vittime e sfollati. Prima del 9 luglio il Sud Sudan non prenderà alcuna posizione, dato che non può compromettere il momento dell’indipendenza".

A sei anni dagli accordi di pace, com’è la situazione in Sud Sudan?
"Il Paese ha fatto notevoli progressi. La gente è tornata a vivere, c’è meno isolamento, le persone sono libere di spostarsi. Ci sono strade, reti telefoniche, collegamenti internet. Sulla qualità c’è ancora molto da fare, ma col tempo si può migliorare. Dove tutto è stato raso al suolo si fa fatica a ripartire, soprattutto dopo essersi abituati all’assistenza. Tutto dipende ancora dall’esterno e al primo segno di instabilità i trasporti cessano e i prezzi salgono alle stelle. Il problema più grave resta però il trauma della guerra con la gente che vive ancora in un’ottica di sopravvivenza e reagisce in modi inadeguati alle situazioni quotidiane".

Alcuni analisti hanno sottolineato il pericolo di conflitti tra gruppi etnici e di potere nel nuovo Stato. In questo senso andrebbero lette le ribellioni in corso in alcune aree?
"Bisogna distinguere tra conflitti etnici e conflitti politici. Conflitti etnici veri e propri non ce ne sono, ci sono scontri tribali, in alcuni casi inter-tribali, generalmente per questioni di bestiame e di donne. Questi scontri, se non manipolati per ragioni politiche, non dovrebbero causare tensioni per l’intero Paese. Ovviamente incidono negativamente sulla popolazione e sullo sviluppo delle aree colpite. Per quanto riguarda le ribellioni a livello politico, si è trattato finora di membri appartenenti al partito di maggioranza che per disaccordi si sono distaccati con il loro piccolo esercito. Situazioni in passato risolte con grandi inviti all’unità verso l’indipendenza. Bisognerà vedere se una volta "eliminato" il nemico comune – il Nord – questo senso di unità verrà ancora stimolato o ognuno penserà solo al proprio tornaconto".

Quale ruolo ha giocato la Chiesa sudanese e quale potrà giocare in futuro?
"La Chiesa è stata l’unica istituzione rimasta accanto alla popolazione durante la guerra. Dopo la firma degli accordi di pace si è fatta promotrice della ricostruzione del Paese, non solo a livello materiale, ma anche umano. Ha dato voce a valori positivi verso una pace duratura, basata sulla salvaguardia della dignità umana indipendentemente da razza, religione o lingua. In futuro la Chiesa continuerà a giocare un ruolo importante nella promozione dello sviluppo e dell’unità soprattutto attraverso l’educazione al rispetto dei diritti umani, favorendo la partecipazione popolare alla gestione del Paese".

Per il Sud Sudan è finalmente arrivato il tempo dello sviluppo?
"Dipende dal tipo di sviluppo; io preferirei che fosse finalmente arrivato il tempo della pace. Questo ‘Interim Period’ è stato percepito da molti come un cessate-il-fuoco, come una transizione, ma non uno stato definitivo di normalità".

Scheda
L’indipendenza del Sud Sudan arriva dopo oltre vent’anni di guerra (1983-2005) tra i ribelli sudisti del "Sudan People Liberation Army" e l’esercito. Una guerra – costata la vita a quasi due milioni di persone – nata dalla volontà del Sud, in prevalenza cristiano animista, di non essere più considerato una regione di "serie b" rispetto al Nord "arabo" e musulmano. Alla firma degli accordi di pace del 2005, è seguita una transizione di sei anni, fino al referendum del gennaio scorso, con cui i cittadini del Sud hanno scelto l’indipendenza. Nel Paese restano, però, molti problemi a partire dagli scontri nelle regioni di confine, in particolare nella regione contesa di Abyei (occupata militarmente dal Nord) e nel Sud Kordofan, appartenente al Nord ma dove vivono popolazioni marginalizzate che durante la guerra hanno combattuto al fianco del Sud. Rimangono in sospeso anche questioni delicate come la ripartizione dei proventi petroliferi (il 75% delle risorse si trova al sud ma gli oleodotti portano al nord), la cittadinanza e le relazioni commerciali.