AGENZIE DI RATING
Contro uno strapotere che favorisce gli speculatori
La scorsa settimana il declassamento del debito del Portogallo da parte di Moody’s ha suscitato malumori e ire verso un istituto, quello delle agenzie di rating, sempre più discusso eppure ancora potente. Agenzie che, in tempi recenti, sono finite nell’occhio del ciclone per non aver segnalato aziende davvero in crisi come Lehman Brothers negli Usa, Parmalat e Cirio in Italia e, viceversa, per aver rivisto in negativo i giudizi su Paesi come Irlanda, Grecia e Italia. E proprio quest’ultima ora è al centro di manovre speculative. "È ora che l’Europa faccia un passo in avanti più coraggioso sul piano istituzionale e politico", osserva l’economista Luigi Campiglio, docente all’Università Cattolica di Milano, intervistato dal SIR su queste vicende.
Quale ruolo hanno le agenzie di rating rispetto a una situazione di crisi? Fotografano qualcosa che c’è o, in qualche misura, la determinano?
"La ‘fotografia’ che scattano è molto personalizzata, ad uso e consumo dei propri azionisti. Sappiamo che le agenzie di rating hanno un conflitto d’interessi enorme: i fondi d’investimento internazionali sono nelle compagini azionarie senza alcuna disciplina che le regolamenti. Queste agenzie possono scatenare dinamiche speculative che, paradossalmente, finiscono col provocare vere e proprie azioni di rigetto. Si pensi che uno degli esiti delle forti fluttuazioni di capitale indotte dalle agenzie di rating è stato, in Paesi come la Cina, l’introduzione di normative stringenti sui movimenti di capitale a fini speculativi".
Quindi contromisure allo strapotere delle agenzie di rating, in alcuni Paesi, ci sono?
"Certo. La questione centrale è la libertà di movimento di capitali. La libertà è un concetto alto e nobile, ma deve rispettare una condizione elementare: non danneggiare altri. Questo, però, è esattamente ciò che accade nel caso dei movimenti di capitale mossi da una visione distorta della libertà, che porta danni ad altre persone e a Paesi interi".
Dopo il Portogallo l’Ue ha bollato come "inattendibili" i giudizi sul rating, mentre pare che la Banca centrale europea voglia porre limiti alle speculazioni. Eppure regole sull’operato delle agenzie di rating, in Europa, non ce ne sono…
"Purtroppo è così e la situazione va affrontata seriamente. Ricordiamo che il debito accumulato e i sacrifici oggi imposti a tutti i Paesi nascono da una grande crisi originata da una finanza con un’etica spregiudicata. Ora, che milioni di persone qui come negli Usa abbiano sopportato un costo forte per azioni pregiudizievoli del bene collettivo, mentre coloro che hanno provocato il danno ottengano altri benefici è una situazione insostenibile. Bisogna riportare le valutazioni in un ambito più istituzionale, a livello europeo. Si è parlato di rendere le agenzie di rating indipendenti ed esterne: va bene, sono proposte che andrebbero portate avanti e perseguite".
Dopo Irlanda, Grecia, Portogallo, ora a fare le spese della speculazione e dei giudizi opinabili delle agenzie è l’Italia.
"La situazione oggi è molto pesante, con un grave danno per l’economia che pregiudica risultati già deboli. Ci sono capitali che in questi anni hanno dato la caccia al pesciolino la Grecia avendo in mente la balena l’Italia . Per fermare queste organizzazioni, fatte da speculatori e agenzie di rating, occorre introdurre delle regole e toccarle nei portafogli".
A fianco dell’Ue, ci dev’essere un’assunzione di responsabilità anche da parte dei governi nazionali? Cosa possono fare?
"I governi nazionali, dentro al sistema finanziario, possono esercitare una funzione di vigilanza di straordinaria importanza. Questo vale in particolar modo per il nostro Paese: gli scandali avvenuti si pensi a Cirio o a Parmalat sono segnali che la vigilanza della Banca d’Italia va ulteriormente rafforzata per ‘premiare i buoni e castigare i cattivi’".
Indipendentemente dai giudizi sul rating, come vede la situazione macroeconomica dell’Unione europea?
"Non bisogna avere toni apocalittici, quanto piuttosto riconoscere che dentro l’Ue, e nell’unione monetaria in particolare, ci sono almeno due mondi: da una parte la Germania, che è uno dei più grandi Paesi creditori; dall’altra l’Italia, ormai divenuta uno dei maggiori Paesi debitori. Noi abbiamo il serio problema di rilanciare la crescita e la produttività. Non è un compito facile: richiede tante energie, una visione collettiva, un Paese unito con una classe dirigente che abbia uno sguardo sul futuro. Ma tutti questi ingredienti oggi sono deboli. Abbiamo bisogno di crescere, e la medicina non è l’austerità fine a se stessa quanto piuttosto un sacrificio temporaneo che sblocchi il tenore di vita".
In Italia il piccolo risparmiatore come deve comportarsi di fronte alle cronache di questi giorni?
"Un piccolo risparmiatore con titoli di Stato potrebbe avere problemi se ha scadenze lunghe e la necessità immediata di una certa liquidità. Altrimenti il capitale non è a rischio, non bisogna farsi prendere dal panico e sconsiglio, soprattutto in questi momenti, di comprare e vendere, magari autonomamente con il trading on line".