ECONOMIA

Intervenga la politica

Il XII Rapporto della Fondazione Nord Est

Quella che il tessuto produttivo del Nord Est sta vivendo è una ripresa molto lenta più che una crisi molto lunga. Dentro questo gioco di parole si sintetizza l’attuale congiuntura economica, che dura dal 2008 e che ha fatto da sfondo alla presentazione, ieri a Padova, del XII Rapporto sulla società e l’economia della Fondazione Nord Est.

Il tempo dell’incertezza. Uno dei tratti caratteristici dell’attuale situazione, enfatizzata peraltro dall’attacco speculativo di cui, proprio in questi giorni, è oggetto il nostro Paese, è l’incertezza che caratterizza, oramai da anni, l’assetto economico generale: da qui deriva la forte domanda di politica che emerge anche dal rapporto. "La situazione è critica – spiega Daniele Marini, sociologo e direttore scientifico della Fondazione, nonché curatore del Rapporto – perché manca una regia complessiva che compete proprio alla politica e così ognuno (le famiglie, le imprese, le cooperative sociali, il volontariato) si deve arrabattare e di conseguenza si sprecano molte energie". La crisi, però, non ha che accelerato una trasformazione del territorio la cui origine è antecedente al suo avvento. Uno dei dati principali che il rapporto considera nel dettaglio è rappresentato da quelle che vengono definite "le ferite" che hanno modificato radicalmente il Dna del Nord Est.

La trasformazione genetica. La perdita di lavoro è il primo cambiamento del tessuto locale: per una società "laburista" (in senso sociologico) qual è quella del Nord Est che ha nel lavoro uno dei fattori identitari portanti, oggi questo è diventato un vero "assillo" che riguarda giovani e adulti. L’altro fattore di debolezza è costituito dalla dimensione delle imprese. È finita l’epoca del "piccolo è bello": l’impresa familiare, la cultura del fare da sé, l’autonomia nel lavoro in questi ultimi anni hanno progressivamente mostrato la corda. Questo non significa che tutte le piccole imprese debbano per forza aggregarsi, ma certo devono pensare in grande. Altro fattore di mutamento riguarda la famiglia, per la quale aumentano i matrimoni civili, quelli misti e le convivenze in un contesto fortemente interessato dai processi di secolarizzazione. La famiglia ha a che fare anche con l’ultimo fattore genetico, ovvero la coesione sociale, per la quale è determinante la presenza degli immigrati destinata a crescere, visto il perdurante calo demografico del Nord Est e il progressivo invecchiamento della popolazione.

La rigenerazione del tessuto. Il nuovo Nord Est cerca di rispondere alla crisi e trovare – come ha detto in apertura dei lavori Andrea Tomat, presidente della Fondazione Nord Est – "nuovi modelli di sviluppo e di crescita, nonché nuovi punti di riferimento". Ciò avviene nel tentativo di rigenerare il tessuto sociale ed economico e in tale prospettiva si colgono elementi di novità importanti. Il primo riguarda l’investimento delle famiglie e delle giovani generazioni nell’istruzione, con un ritorno significativo verso scelte di tipo tecnico e professionale. Importante è poi la vitalità del tessuto associativo e del volontariato, che resiste nonostante la crisi e sta cercando nuove forme di rapporto anche con realtà private. Dal punto di vista del tessuto produttivo cresce la consapevolezza di dover cambiare e i tentativi di esperienza in questa direzione. L’ultimo elemento segnalato è rappresentato dalla modalità nuova che si sta affermando nei processi d’internazionalizzazione, dove diventa decisiva la vicinanza al cliente che impone un accorciamento e una nuova organizzazione della filiera, con una presenza strutturata sui mercati che s’intendono presidiare. Tale rigenerazione del tessuto passa dunque per un maggiore investimento nella conoscenza, una maggiore capacità nell’internazionalizzazione, una maggiore strutturazione delle imprese, un sostegno alla famiglia e alla natalità. Tutto questo però non da soli.

La domanda di politica. Dopo gli anni in cui gli imprenditori avevano affermato la volontà di fare da soli, ora emerge forte il senso di solitudine rispetto alla politica. C’è bisogno di fare sistema, dare risposte organiche al Paese e questo non può venire che dalla politica. Di fronte alla debolezza della politica un rischio reale che è stato paventato è quello di una secessione strisciante, ovvero che in una parte del mondo produttivo, di fronte a un contesto istituzionale statico, bloccato e al rischio di marginalità politica ed economica del Nord Est, prendano piede "iniziative di exit dal territorio". È un campanello d’allarme che non va sottovalutato e che soprattutto segnala come il Nord Est, profondamente diverso da quello al quale eravamo abituati a pensare, è di fronte a scelte strategiche. La speranza è che la società e il tessuto produttivo non siano lasciati soli. Sarebbe una sciagura per il Paese ancor prima che per il Nord Est.