(Ben Guardane) – Una distesa di tende incolori che si confondono con il deserto. Temperature che vanno dai 50° all’ombra ad improvvise tempeste di sabbia, fino al freddo della notte e dell’inverno che tra qualche mese arriverà. Tremila profughi da Eritrea, Somalia, Etiopia, Costa d’Avorio, Nigeria, Mali, fuggiti mesi fa dal conflitto in Libia e ancora abbandonati al Campo Echoucha, in una zona desertica isolata da tutto e in condizioni di vita difficili, a pochi chilometri dalla frontiera, al valico tunisino di Ras Jedir, al confine con la Libia. Africani sub-sahariani dimenticati dal mondo. Non possono tornare al loro Paese da dove sono scappati tanti anni fa. Non possono tornare in Libia, dove le sorti del conflitto sono ancora incerte e dove molti tornerebbero in carcere perché irregolari. Non possono lavorare e avere un permesso di soggiorno in Tunisia perché stranieri. Non possono andare altrove perché nessuno li vuole. Bloccati in un eterno presente senza futuro, dove le poche e rare prospettive di una via d’uscita sono i lunghi e complicati tempi delle interviste dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), per ottenere quel sognato status di rifugiato e un posto, deciso da altri, verso una delle poche destinazioni a disposizione: Usa, Canada, Norvegia, Polonia, Svezia. Spediti come pacchi verso quei rari Paesi occidentali che si sono offerti di accoglierli. Il grido a voce sola che si leva da queste tende, ma anche dai tunisini dei dintorni, è uno solo: l’Europa e l’Occidente aprano le porte. Se non vogliono farlo per generosità, si rendano almeno conto delle loro responsabilità. Anche perché ogni giorno continuano ad arrivare nuovi profughi dalla Libia, visto che l’esito di questa guerra è a dir poco incerto. Il campo è gestito dalle varie organizzazioni dell’Onu, con la presenza di alcune ong, islamiche o occidentali. Il cibo è distribuito dal Pam (Programma alimentare mondiale), riso o pasta due volte al giorno, un succo di frutta e un piccolo dolce a colazione. Molti si lamentano per la scarsità dei pasti e le lunghe file di ore sotto il sole. Medici senza frontiere ha un piccolo ospedale da campo che fatica a far fronte a tutte le necessità. Un altro ospedale che funzionava bene, gestito da una organizzazione marocchina, è stato smantellato dopo un incendio. Abbandonati da tutti. Sono i soli rimasti qui al confine tunisino-libico, dove dall’inizio del conflitto sono transitate centinaia di migliaia di libici e lavoratori stranieri. Circa 330.000 stranieri sono stati rimpatriati in breve tempo, oltre 120-150.000 libici sono stati accolti nelle case di amici tunisini. I più benestanti hanno affittato case o stanze d’albergo. Chi invece ha la pelle molto più scura, ha attraversato deserti sulle rotte dei trafficanti e visto la morte in faccia più volte, fatica a trovare accoglienza come tutti gli altri. Nella vicina cittadina di Ben Guerdane, a 20 km, i prezzi sono saliti alle stelle, sia per la presenza dei profughi sui quali speculare vendendo beni di primaria utilità, sia perché prodotti come lo zucchero e il latte scarseggiano per essere inviati in Libia. Tant’è che ieri, venerdì, c’è stata una serrata dei negozi e uno sciopero generale, con manifestazioni e stato di allerta massima da parte delle forze dell’ordine, per il rischio di scontri. Nel mese di maggio cinquecento tunisini, inferociti perché una barricata dei profughi aveva bloccato l’unica strada che porta alla frontiera dove fervono i traffici insieme alle valigie che entrano ed escono, non hanno esitato ad appiccare il fuoco a centinaia di tende. Risultato: sei morti tra i subsahariani, secondo fonti locali "colpiti da pallottole dell’esercito, che non ha esitato a dare man forte alla popolazione". Nessun responsabile. Come nessun responsabile è stato rintracciato per l’altro incendio di maggio, dovuto forse a conflitti interni. Sirag, 24 anni, ha mani e braccia segnate dal fuoco, atroci strisce rosa sulla pelle nerissima. Era nella tenda, quella notte, con altri dodici eritrei. È riuscito a salvarsi per miracolo, altri quattro sono morti atrocemente nel sonno. Da allora i profughi – la maggioranza sono uomini, ma ci sono anche centinaia di donne e decine di bambini -, sono stati separati per nazionalità. Musulmani da una parte con la loro grande moschea sotto un tendone, cattolici dall’altra. Vite in fuga, senza dove. Gli eritrei e i somali sono le comunità più numerose, sfiorano il migliaio di presenze ciascuna. Haidera Ali, 72 anni (uno dei rarissimi anziani del campo), eritreo, ha vissuto a Tripoli per 35 anni lavorando per ditte italiane, era benestante. Moglie e cinque figli sono sparsi tra Sudan, Grecia e Arabia Saudita. “Il 20 aprile ho trovato un biglietto della proprietaria. C’era scritto: Siamo tornati in Italia’. Non avrei mai immaginato di dover fuggire anche dalla Libia”, spiega in perfetto italiano, con una pacata rassegnazione al presente. Issa Abdi Abdulahi, somalo, 40 anni, ha pagato ai trafficanti 800 dollari per attraversare il deserto passando per Kenya e Sudan. Ha conosciuto il carcere libico perché irregolare. Ha una pallottola nel fegato a causa di una rapina, ma anche lavorato a Tripoli nella pulizia delle strade. Ora si trova di nuovo tra le dune. Moglie e figlio sono a Mogadiscio, ma non può tornare. “Non so in quale Paese mi manderanno dice -. Va bene ovunque, così posso mandare i soldi a casa. Questa vita sempre in fuga è molto dura, ma lo rifarei”. Non è dello stesso parere Robel, 20 anni, eritreo, sorriso radioso nonostante tutto: “Ho tentato quattro volte, negli ultimi anni, ad attraversare il mare per venire in Italia. Ci hanno sempre rimandato indietro. Ho visto troppi amici morire. Ora non ci provo più”. Una presenza sussurrante. La Chiesa cattolica ha qui una presenza sussurrante. Una piccola tenda sbilenca con un buco per finestra, una rozza croce di legno in cima, icone di Cristo ritagliate nella carta, tappeti sulla sabbia, altare di cartone e qualche candela. Dire che è una vera cattedrale nel deserto (ma sempre piena di fedeli, seduti o inginocchiati in terra), può risultare quasi banale. Un missionario fidei donum in Africa da anni, don Sandro De Pretis, trentino, celebra messa tutti i giorni nel pomeriggio. Vengono soprattutto eritrei, nigeriani e ivoriani. Si parla in inglese, con traduzione simultanea in tigrino. Canti commossi chiedono “Lord, don’t forget us”, oppure: “Non farci mancare cibo e acqua”. “Ogni giorno vengono trenta/quaranta persone racconta don Sandro La domenica anche un centinaio”. Il missionario sta al campo dalla mattina alla sera, sotto un sole implacabile. Parla con la gente, ascolta i loro bisogni, cerca di dare piccoli aiuti come cibo o medicine. Così fanno, da mesi, le due suore delle Piccole sorelle di Charles de Foucauld. Una, coreana, insegna l’uncinetto a 42 donne. L’altra, suor Mersé, 69 anni spagnola di Barcellona, condivide fino in fondo il destino di questa gente. Non a caso vive da dieci anni a Sfax, lavora nelle case come domestica per fare la stessa vita delle donne tunisine più povere. È riuscita da pochi giorni ad avere una tenda per sé, per ripararsi dal sole nelle ore più calde. Ogni mattina prende il bus da Ben Guerdane carica di pacchi con frutta e verdura comprata al mercato, gas per i fornelli, prodotti per l’igiene personale. Torna la sera. Distrutta ma appassionata della sua missione. Il suo piccolo obiettivo del momento confidato alla delegazione di Caritas italiana in visita al campo – è riuscire a comprare una pianola per un ragazzo ivoriano che sa suonare: “Così possiamo cantare e portare un po’ di gioia a questa gente”. (16 luglio 2011)