Un popolo determinato

Bandiere tunisine rosse, cartelli scritti a mano con slogan in arabo e cori scanditi contro i recenti soprusi a giornalisti e manifestanti. Uomini giovani, qualche donna e famiglie con bambini. Camminano uniti e decisi lungo la strada centrale di Bizerte, una deliziosa cittadina costiera a una cinquantina di chilometri a nord di Tunisi, seguiti dai blindati verdi dell’esercito. Si fermano a protestare davanti alla sede della polizia. È accaduto ieri pomeriggio, 16 luglio. Lo stesso scenario già visto nei giorni scorsi a Ben Guerdane, nel sud del Paese, e venerdì sera, 15 luglio, a Tunisi, dove la protesta pacifica del venerdì nella piazza della Kasbah, davanti alla moschea e di fronte al Parlamento, è degenerata in scontri con le forze dell’ordine, che hanno lanciato lacrimogeni e ferito e insultato alcuni giornalisti. Con alcuni colpi di scena insoliti, come il poliziotto che si è improvvisamente staccato dal gruppo unendosi ai manifestanti e brandendo un foglio di carta con la scritta “Viva il popolo”.L’impazienza della rivoluzione. In Tunisia si scende ancora in piazza per l’impazienza di vedere presto realizzati gli obiettivi della rivoluzione del 14 gennaio – quando il regime di Ben Ali è caduto dopo 23 anni -, per chiedere giustizia contro i cecchini che hanno sparato e contro i governanti che hanno rubato. Tra i tunisini si avverte oggi una grande fierezza, che deriva dall’aver avuto la meglio nella lotta contro la dittatura, con la consapevolezza che il popolo può cambiare il corso della storia. Dopo l’ubriacatura della rivoluzione non mancano però, in questa nazione che sta cercando di ridefinire se stessa in vista delle elezioni del 23 ottobre, le incertezze e nuovi disordini. Del resto è anche comprensibile in una fase di transizione che sarà lunga e complessa. Anche perché nel frattempo l’economia è a picco, con il 60% dei turisti in meno rispetto allo scorso anno, un tasso di crescita solo dell’1% – con un forte aumento della disoccupazione giovanile -, oltre alla necessità di mettere in sicurezza l’intero Paese e raggiungere una stabilità politica. Senza contare le ripercussioni della vicina guerra in Libia, con tremila profughi sub-sahariani ancora al confine tunisino-libico e ogni giorno nuovi ingressi di libici in fuga. Si stima che Tunisia ed Egitto, in seguito alla “primavera araba”, per far fronte a tutti gli interventi sociali, abbiano bisogno di almeno 25 miliardi nei prossimi cinque anni. Fiducia nel popolo e nel futuro. Predomina comunque, tra gli osservatori, la fiducia. Perfino l’arcivescovo di Tunisi, mons. Maroun Lahham, pensa che queste manifestazioni pacifiche siano positive, perché “se si vuole costruire un futuro diverso è un bene che il popolo richiami all’ordine le autorità, a patto che le persone non si prendano troppo sul serio e le rivendicazioni siano giuste”. Anche l’ambasciatore dell’Italia in Tunisia Piero Benassi dimostra realismo politico orientato allo sviluppo, visto che “l’Italia è il secondo Paese per scambi commerciali dopo la Francia, con un interscambio di cinque miliardi di euro l’anno, soprattutto nei settori tessile e calzaturiero, ma anche nell’agroalimentare, nella moda e nella costruzione di infrastrutture”. Molte aziende italiane ed europee hanno delocalizzato qui negli anni passati, e gran parte della produzione va all’estero. Italia e Tunisia sono legate anche dai recenti accordi sull’immigrazione entrati in vigore il 5 aprile, dopo l’emergenza migrazioni a Lampedusa. Dopo la concessione di 20.000 permessi di soggiorno temporanei ai tunisini entrati prima di quella data in Italia, sono stati rimpatriati la metà dei successivi 3.000 sbarcati dopo ed è stato rafforzato il controllo costiero per scongiurare le partenze. Un boccone amaro, difficile da mandare giù per la società tunisina, soprattutto all’inizio, quando si accusava l’Europa di “egoismo”. Ma che pare oggi essere stato accettato con rassegnazione, anche per evitare ulteriori danni all’immagine turistica del Paese, già troppo compromessa. Anche la Chiesa verso il “nuovo”. La Chiesa cattolica – con la sua unica arcidiocesi con 11 chiese e 11 scuole cattoliche sparse per la Tunisia, 121 suore e 49 preti, per un totale di 22.000 cattolici stranieri -, è parte attiva di questo processo fiducioso verso il nuovo, anche se risente di alcune intemperanze isolate. Come i recenti episodi della chiesa e della scuola bruciata a Sousse, per i quali è stato arrestato nei giorni scorsi un uomo sospettato di aver agito per motivi personali e turbe psichiche. Giovedì scorso l’arcivescovo Lahham (“padre vescovo”, come si fa chiamare dai fedeli) è stato ricevuto dal primo ministro del governo transitorio Beji Caid Essebsi, rallegrandosi per l’arresto e chiedendo il rispetto di tutti i luoghi di culto, compresa maggiore sicurezza. “Sarà utile – precisa mons. Lahham – per rafforzare le eccellenti relazioni stabilite tra il Vaticano e la Repubblica Tunisina” ed “incoraggiare l’arrivo di turisti occidentali”. Anche il parroco della chiesa di Sousse, padre Nicolas Lhernould, nel frattempo si è tranquillizzato, pur invitando alla “prudenza”. Padre Lhernould è inoltre presidente del Centro di studi di Cartagine, una biblioteca con testi di filosofia e letteratura francese che attira molti studenti e aspira a cambiare sede ed ampliarsi. Perché è soprattutto attraverso la cultura e l’educazione che la Chiesa compie gran parte del suo silenzioso lavoro pastorale orientato al dialogo e al rispetto. L’educazione è la via per il dialogo e il rispetto. Come la storica e fruttuosa esperienza della “Ecole des soeurs” di Bizerte, fondata nel 1870 e gestita oggi da tre sorridenti religiose della Congregazione del Verbo Incarnato, lunghi veli e abiti azzurri molto apprezzati dalla popolazione. Una scuola primaria di eccellenza che accoglie bambini (tutti musulmani) dai 4 ai 12 anni. “Il prossimo anno avremo 870 studenti – spiega la direttrice, suor Maria della Misericordia, argentina -. Abbiamo dovuto rifiutare almeno 180 richieste”. L’istituto ovviamente non ha fondi statali e si autofinanzia con le rette dei genitori – 900 dinari l’anno (circa 450 euro) -, una spesa importante che le famiglie fanno il possibile per sostenere, pur di dare una educazione di qualità ai loro figli, senza rischi di proselitismo. In tanti anni nessuna conversione. “La gente ci vuole bene perché insegniamo valori come il rispetto per il sacro e per le persone, la tolleranza e l’impegno civile – aggiunge la giovane suor Maria delle Beatitudini, italiana che ha studiato in Egitto la religione islamica -. La conoscenza reciproca è importante per il dialogo, ci permette di instaurare un rapporto di fiducia e scambiare le basi importanti delle nostra fede”. Non a caso al mattino i bambini, circa 25 per classe, dopo aver cantato l’inno nazionale recitano una sura del Corano, mentre a pranzo si ringrazia per il cibo con una benedizione che nomina Dio senza riferimenti diretti al cattolicesimo. Non mancano gli auguri per le rispettive feste (Natale, Pasqua, Ramadan), su uno sfondo comune di grande affetto, stima reciproca e rispetto. Non sono mancati i casi in cui i genitori dei bambini e i vicini hanno steso una rete di protezione intorno alle suore. Quando il 17 febbraio scorso è stato ucciso un sacerdote della zona, padre Maret (forse a scopo di rapina ma non è stato ancora accertato), un centinaio di persone hanno circondato la scuola per rafforzarne la sicurezza, visto il timore di fanatismi. È ovvio che, in questo loro stare tra la gente, siano contente della rivoluzione. “Ora la gente è più serena – confidano -, ha meno paura di parlare. Questo sarà un bene anche per noi”.(17 luglio 2011)