CORNO D'AFRICA

Si aggrava la crisi

Oltre 11 milioni di persone colpite da carestia e siccità

Sale il numero delle persone colpite dalla carestia nell’Africa orientale. Undici milioni e 300.000 persone hanno bisogno di assistenza alimentare. Almeno 1.500/1.700 persone affamate arrivano, ogni giorno, in una località keniana chiamata Dadaab, poco lontano dal confine con la Somalia. Se la Somalia è il Paese più colpito, a causa della situazione di anarchia e di conflitto in cui versa da anni, anche negli altri Paesi la carestia si sta espandendo: in Etiopia, Kenya, Repubblica di Gibuti, Eritrea, Sud Sudan, Uganda e Tanzania. Le Caritas di Somalia, Kenya, Etiopia ed Eritrea sono già impegnate sul campo da mesi, dando sostegno diretto alle famiglie sui territori e agli sfollati rimasti all’esterno dei campi. Se non hanno la possibilità di entrare nei campi, intervengono facendo passare gli aiuti tramite altre organizzazioni locali. Ma in Somalia gli integralisti islamici (Shabab) che finora avevano vietato l’ingresso agli occidentali "hanno annunciato che lasceranno entrare le organizzazioni umanitarie per aiutare la popolazione locale". Caritas italiana ha già messo a disposizione 300.000 euro e lanciato una colletta nazionale (per le offerte: www.caritasitaliana.it). Anche la Cei ha dato un milione di euro, in risposta all’appello del Papa all’Angelus di domenica 17 luglio.

"Aiuti internazionali insufficienti". La dimensione della carestia nel Corno d’Africa è talmente vasta per cui gli aiuti annunciati finora dalla comunità internazionale sono "insufficienti". La rete internazionale delle Caritas è pronta a lanciare un appello comune di raccolta fondi in tutto il mondo (detto in gergo "appeal"). Lo dice al SIR Fabrizio Cavalletti, responsabile dell’ufficio Africa di Caritas italiana, confermando la cifra di 11 milioni e 300 mila persone (dati Wfp) coinvolte nella drammatica carestia e siccità in Somalia, Etiopia, Kenya, Repubblica di Gibuti, Eritrea, Sud Sudan, Uganda e Tanzania. Anche perché, aggiunge Cavalletti, "essendo saltata la stagione delle piogge, una volta superata l’emergenza, per tutte queste persone che vivono di agricoltura, ci vorrà molto tempo per tornare alla normalità". Nel campo Dadaab in Kenya, ad esempio, sono già 440.000 gli sfollati (dati Unhcr). "Si tratta – spiega – del più grande campo del mondo, che accoglie anche i somali in fuga dal conflitto, per cui è difficile distinguere tra chi c’era già prima e chi è venuto dopo. In ogni caso, ci sono 1.500/1.700 nuovi arrivi al giorno". Caritas Kenya è impegnata nel fornire aiuto alimentare a circa 40.000 persone, soprattutto a Nord e nelle aree circostanti il campo di Dadaab.

Su una situazione già grave. L’altro campo, Dolo Odo, è nel Sud dell’Etiopia e accoglie circa 70.000 profughi, con centinaia di arrivi quotidiani. Caritas Etiopia sta distribuendo acqua e cibo a circa 80.000 persone e sta predisponendo un piano di aiuti per sostenere la ripresa delle attività agricole. "Il problema più grande – precisa Cavalletti – è che la carestia colpisce Paesi che già erano poveri e in crisi. L’arrivo di nuovi sfollati genera nuove tensioni nelle zone di accoglienza". La prima causa diretta della carestia, spiega Cavalletti, "è la mancanza di piogge, dovuta sicuramente ai cambiamenti climatici". Poi ci sono altre cause "indirette" che hanno aggravato la situazione, come il conflitto in Somalia, "la volatilità dei prezzi dovuta alla dipendenza dagli aiuti esterni. I prezzi di acqua e cibo, ad esempio, sono saliti enormemente".

Fao annuncia vertice d’emergenza. Intanto la Fao ha lanciato un appello per 120 milioni di dollari e annunciato un vertice ministeriale di emergenza a Roma il 25 luglio, al quale parteciperanno ministri e rappresentanti di 191 Paesi membri, di altri organismi Onu, di organizzazioni inter-governative, organizzazioni non governative e banche di sviluppo regionali. Nel frattempo organizzazioni umanitarie come Oxfam denunciano "un buco nero di 800 milioni di dollari che non permette di rispondere in modo adeguato all’emergenza nell’Africa orientale. Il ritardo è in buona parte colpa di diversi Paesi industrializzati che stanno ignorando la crisi nel Corno d’Africa". Secondo le stime di Save the Children più della metà della popolazione nelle zone più colpite della Somalia è costituita da bambini. Sono 2 milioni quelli che soffrono le conseguenze più terribili della grave crisi alimentare e per 1 milione di loro c’è il rischio concreto di perdere la vita. Il Ccm (Comitato collaborazione medica), Ong torinese presente da più di quarant’anni nel Corno d’Africa con progetti sanitari, informa che l’afflusso di pazienti verso gli ospedali e ambulatori locali si è intensificato in questi ultimi tre mesi. "Tutti gli anni, ciclicamente – spiega Marilena Bertini, presidente Ccm – si registrano situazioni drammatiche per la salute e la sopravvivenza delle persone. I bisogni d’intervento sono strutturali e richiedono azioni di lungo periodo".