PARROCCHIE EUROPEE

“Inventare” la speranza

Si è concluso, in Ungheria, il 26° Colloquio europeo

“Sì, le parrocchie sono luoghi di speranza”: è la convinzione di Hubert Windisch, sacerdote e docente di teologia pastorale all’Università di Freiburg in Germania, che ha tirato le conclusioni del 26° Colloquio europeo delle parrocchie a Nyíregyháza (Ungheria). L’edizione di quest’anno era dedicata al tema “Parrocchie, luoghi di speranza. Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” ed è stata un’occasione di incontro, di scambio e di memoria delle difficoltà attraversate tra le Chiese dell’est e dell’ovest dell’Europa, oltre che un momento di riflessione ed esperienza sull’ecumenismo. Windisch ha riconosciuto che oggi le parrocchie sono considerate “luoghi di speranze piccole, quotidiane, come tanti altri”, ma va anche sottolineato che in esse c’è una “grande speranza” che “è ancorata in Dio stesso ed è una virtù che ci viene da Lui”. Per trasmettere questa speranza, coloro che abitano le parrocchie devono essere “icone di Cristo e del cielo per il mondo” e “attuare una sorta di trasparenza spirituale” della loro vita di fede e dei legami di fraternità e di amicizia che sperimentano.“Scomporre” i legami. A proposito del legame “parrocchie – speranza” don Luca Bressan, docente di teologia pastorale al Seminario arcivescovile di Milano, ha notato che “la cultura urbana, obbliga il cristianesimo occidentale a ripensare in modo serio le forme della sua tradizionale presenza tra la gente” e alle parrocchie è richiesta “un’operazione paziente e attenta di discernimento e di immaginazione pastorale”. Il sacerdote ha sottolineato che l’incontro con questa cultura è “un’occasione perché i legami ecclesiali possano vivere una salutare operazione di scomposizione” da attuare in tre modi. Il primo è “costruire delle liturgie che riescano a comunicare all’uomo urbano l’ansia del Regno verso cui camminiamo”; il secondo è “utilizzare i legami della solidarietà per annunciare la portata universalistica e assolutamente gratuita della salvezza cristiana”; infine il terzo è “istituire delle reti di relazioni capaci di rendere i luoghi ecclesiali davvero degli spazi in cui si respira la logica ‘altra’ e ‘alternativa’ della predicazione del Regno compiuta da Gesù”.Comunità “senza condizioni”. Per Alphonse Borras, vicario generale della diocesi di Liegi e docente dell’Università cattolica di Lovanio, sia la speranza sia le parrocchie sono oggi “realtà problematiche”. Nella nostra epoca, infatti, si è rotto il legame tra la vita locale e le parrocchie, e la “cultura post-moderna è meno sensibile al tempo, al futuro, alla storia che tende verso un fine, che è la visione giudeo-cristiana”. In questo contesto la parrocchia diventa luogo di speranza se si presenta come “una comunità per tutti senza condizioni preliminari”. I parrocchiani vivono la fede e la speranza nell’oggi e le parrocchie sono “luoghi per la parola, l’Eucarestia, la diaconia e il discernimento”: le Chiese locali non possono pensare di “riformare la società”, ma certamente possono “inventare il presente”.Il nemico da abbattere. Nell’edizione del Cep di quest’anno uno spazio considerevole è stato dato alle testimonianze della vita nelle parrocchie nei Paesi dell’Europa dell’Est, durante il periodo delle dittature comuniste, per le quali “la religione era il nemico da abbattere”. A ricordarlo è stato il francescano p. Kálmán Peregrin: “Furono contrastati in particolare i cattolici, perché facevano riferimento a Roma e manifestavano in maniera concreta che l’uomo dispone di certi ambiti non disponibili alla dittatura dello Stato”. Non in tutti i Paesi comunisti, tuttavia, la repressione della religione è stata attuata nello stesso modo e “in Ungheria – ha ricordato – nel 1971 si è celebrato l’ultimo processo contro una persona che apparteneva alla Chiesa e nel 1977 è stato liberato l’ultimo prigioniero per motivi religiosi”. Anche se non vennero chiuse le chiese, però, nel Paese magiaro le difficoltà furono molte, e qui come altrove “le scuole, gli ospedali, ma anche tutte le attività pastorali svolte dai religiosi vennero eliminate, gli ordini sciolti e monaci e monache mandati a lavorare; molti di loro, però, mantennero la loro fede e la trasmettevano nei luoghi in cui si trovavano”.La Chiesa “segreta”. Anche la “Chiesa ucraina è in grado di dare una grande testimonianza di forza e speranza, perché è sopravvissuta”. Lo ha ricordato Oleksandra Krypyakevych nel raccontare la sua esperienza: la donna ha avuto il padre – prete di rito greco-cattolico – e la madre arrestati. Da piccola ha vissuto con i fratelli per mesi in un lager, insieme a molte altre persone, perché “c’era un progetto del regime di liquidare la Chiesa cattolica e anche molti sacerdoti e vescovi sono stati imprigionati o mandati in Siberia”. Krypyakevych ha vissuto la “Chiesa segreta, nascosta: quando i miei genitori sono stati liberati siamo tornati in Ucraina ma non avevamo niente. Mio padre lavorava come violinista, e celebrava in segreto matrimoni e battesimi”.