CRISI ECONOMICA
Le preoccupate e preoccupanti dichiarazioni del presidente Obama
Armageddon, l’apocalisse biblica: a tanto è arrivato a metà luglio Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, per descrivere l’eventuale default dei conti pubblici a stelle e strisce, chiamando a raccolta tutte le forze del Congresso Usa per un percorso di responsabilità politica. “Serve un approccio equilibrato, sacrifici condivisi e l’intenzione di fare scelte impopolari da tutte le parti”, ha affermato l’inquilino della Casa Bianca. Ma, al di là dei contenuti della manovra finanziaria in atto a Washington, fa tremare i polsi l'”apocalisse” economica. Pietro Cafaro, docente all’Università Cattolica di Milano di storia economica e sociale ed esperto di moneta, banche e finanza, riconosce che “si tratta di un’affermazione che non può essere sottovalutata”.
Professore, addirittura l’apocalisse? Magari Obama è stato un po’ teatrale, anzi cinematografico, ricordando il famoso film “Armageddon” con Bruce Willis? Quali reazioni ha ravvisato lei dopo il discorso del presidente Usa?
“In realtà non sembra vi siano state molte reazioni all’evocazione dell’Apocalisse prossima ventura fatta dal presidente Obama. Eppure un’affermazione di questo genere, per giunta pronunciata in quello che è, tutto sommato, ancora il centro dell’Impero, dovrebbe spingere a qualche riflessione. Armageddon, infatti, non si richiama se si vuol solamente esorcizzare un pur inconcepibile default dell’economia americana, ma se si fa balenare la possibile fine di un modello di sviluppo a senso unico che siamo abituati a considerare come un assoluto”.
Dunque c’è di più di un congiunturale, per quanto grave, problema economico-finanziario…
“Credo di sì. Non è certo la fine della storia quella che stiamo vivendo, tanto per citare Francis Fukuyama, ma siamo alla vigilia di un nuovo step nella storia dell’umanità, forse una svolta, e noi occidentali ne siamo drammaticamente coinvolti. Generalmente siamo portati a pensare che la nostra fortuna di uomini del mondo ricco derivi da quella grande rivoluzione industriale che ha posto le basi del nostro attuale benessere sempre più limitato, ma ancora enormemente superiore a quello di gran parte dei popoli della terra e quando pensiamo alla crisi attuale ne imputiamo la causa alle deviazioni della finanza. In realtà la rivoluzione industriale stessa, quel processo di trasformazione dell’economia che ha messo al primo posto la trasformazione dei beni invece che la sua produzione e che ha posto le premesse per far salire sul podio più alto la finanza, ha le sue colpe”.
Possiamo approfondire?
“Se si osserva con un’ottica di lungo periodo la storia dell’umanità, si è costretti a considerare le rivoluzioni economiche come un momento di rottura che ha potuto solo a certe condizioni spodestare dal vertice il settore primario, ossia agricoltura e allevamento. Gli uomini di ogni continente sono sempre stati assillati dal problema della sussistenza, e in primis dal soddisfacimento dei bisogni alimentari. L’Occidente che è andato sempre più ampliando i propri confini dall’Europa all’America e ora anche a Cina e India ha risolto il problema alimentare non solo con una rivoluzione agricola autoctona. In maniera sempre più grande ha potuto spostare risorse, anche alimentari, dall’esterno, direttamente o in conseguenza di flussi finanziari”.
C’è un grande “conflitto di interessi” su scala planetaria, dunque?
“Intanto, nessuno nega che il divario tra risorse e popolazione continui a esistere su scala mondiale, anche se siamo tutti consapevoli che per noi oggi l’antica ‘trappola di Malthus’ (risorse alimentari insufficienti per una popolazione crescente, ndr) è relegata nell’album dei brutti e sbiaditi ricordi di un passato lontano. Non a caso ci siamo adattati a una società con poche nascite, sicuri di poter passare ugualmente il testimone ai nostri figli e nipoti. Ma così non é per tutti i popoli della terra; anzi, la nostra ricerca di una crescita secondo il modello univoco fin qui seguito, rende tale trappola ancor più attiva oggi rispetto a ieri. Non lo vediamo perché trascuriamo quanto non ci tocca direttamente o avviene lontano da noi. La globalizzazione sempre più rapida pone però anche l’Occidente di fronte a un dilemma, questa volta non più eludibile: trovare una nuova strada di sviluppo, questa volta sostenibile su scala mondiale, in modo da permettere a tutti di superare almeno il livello di sussistenza.
Lei dunque parla di un nuovo modello di sviluppo. È una sfida epocale.
“L’attenzione che Benedetto XVI ha di recente focalizzato sulla drammatica situazione alimentare nel Corno d’Africa dovrebbe essere un nuovo, autorevole richiamo alla realtà. Non rimane che cercare una via diversa per la crescita che passi, per noi, attraverso l’adattamento ad antiche frugalità, a pratiche di welfare ‘fai da te’ come sono quelle generate dal mutualismo, che prepari le generazioni future alla ricomposizione della frattura creata dalle rivoluzioni economiche rimettendo il settore primario al primo posto e sviluppando un secondario (industria) e un terziario (servizi, finanze) a misura d’uomo: se ciò avverrà, costituirà l’alba di una nuova epoca di grazia per tutta l’umanità. L’alternativa sembra proprio il biblico Armageddon”.