UNIONE EUROPEA
L’integrazione è sempre passata attraverso prove difficili
Chi ha seguito l’evoluzione dell’Unione europea – dai suoi inizi come Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1952), alla Comunità economica europea (1958) fino alla sua forma attuale, fissata dal Trattato di Lisbona (2007) – non può non avere l’impressione di assistere ad una storia di successo grandiosa. E ciò ancor di più se si pensa che la guerra che aveva distrutto la vecchia Europa si era conclusa solo pochi anni prima dell’inizio degli sforzi per l’unità europea e che le rovine psichiche e morali, originate dalle ideologie del nazionalismo e del razzismo e prodotte dalla guerra, erano allora ancora percepibili ovunque. La cooperazione concreta nel progetto di unificazione europea si dimostrò quindi particolarmente efficace e durevole.
Non esisteva garanzia del successo dell’integrazione europea, consolidatosi poi nell’arco degli anni. Ma non è mai mancata la consapevolezza della necessità di non far fallire l’impresa oramai iniziata con buone basi. E si è diffusa l’opinione secondo cui non esisteva via migliore per garantire la pace in Europa, difendere la libertà degli europei e favorire il loro benessere.
Ciononostante, la storia dell’integrazione e dell’unificazione, cui all’inizio parteciparono solo sei Stati, per poi ampliarsi fino a raggiungere ad oggi 27 Stati, è una storia di alti e bassi continui. Ai periodi di svolte significative, con nuovi successi dell’integrazione e il relativo e conseguente ottimismo, si sono sempre succedute crisi, passi indietro, stagnazione e fasi di previsioni pessimistiche. Un osservatore acuto, che aveva seguito per decenni gli eventi a Bruxelles e che aveva esaminato l’azione di persone e istituzioni coinvolte in questo processo, affermò, all’inizio degli anni Novanta, che si trattava di cicli di sette anni: sette anni di successi fino ad un nuovo apice, cui segue una decadenza settennale dell’umore fino ad una profonda crisi e poi di nuovo un cambio di umore, che generalmente avviene in corrispondenza di un progetto che dà speranza, destando nuove energie e portando ad una nuova unità.
Forse non saranno sempre proprio sette anni, ma è proprio questa alternanza a caratterizzare l’evoluzione dell’Unione europea. La grave crisi che l’Unione europea sta attraversando oggi, si inserisce nel ciclo culminato positivamente nel 2004 con l’approvazione riuscita di una “Costituzione per l’Europa” da parte della Convenzione europea e quasi contemporaneamente con l’ampliamento dell’Unione con l’ingresso di una gran parte di popoli e di Stati dell’Europa centrale e orientale. Il successivo declino, che ha portato all’attuale crisi, è iniziato con la mancata ratificazione della Costituzione da parte dei francesi e degli olandesi nei referendum del 2005.
La crisi è ora caratterizzata dalla carenza di fiducia tra gli Stati membri in conseguenza dell’indebitamento eccessivo di alcuni Paesi di Eurolandia e degli sforzi disperati di salvaguardare la stabilità della divisa comune, la quale non solo rappresenta il nucleo materiale dell’Unione europea, ma dovrebbe dare un’espressione solida anche alla sua coesione ideale. È una crisi drammatica, che logora la solidarietà tra gli Stati membri e punisce i cittadini per un comportamento sbagliato della politica di cui essi non sono responsabili direttamente: nei paesi indebitati vengono loro richiesti sacrifici materiali e sociali considerevoli per sanare i bilanci; e nei Paesi che devono correre in aiuto, i cittadini vengono esposti a rischi che fanno temere per la sicurezza dei loro risparmi. Ne fa le spese anche la fiducia nelle istituzioni nazionali ed europee. Ciò non comporta solo un pericolo per il processo d’integrazione e di unificazione ma anche per la democrazia in Europa.
In considerazione di questa crisi è dunque opportuno ricordarsi degli alti e bassi che esprimono la dinamica dialettica, rivolta al futuro, al positivo, del processo di unificazione. Perché in questo caso, abbiamo evidentemente a che fare con una condizione fondamentale dell’unificazione. Ciò significa che anche dalla crisi attuale nascerà nuovamente uno slancio al di là del disfattismo che vorrebbe farci credere che l’unione monetaria e quindi l’Unione stessa siano alla fine. Il progetto di unificazione europea non fallirà neanche con questa crisi. In passato, l’Unione europea è sempre cresciuta attraverso le sue crisi: perché nella crisi non solo vengono movimentate le forze atte a risolverla, ma vengono liberate anche le energie necessarie per osare e superare lo status quo e sviluppare ulteriormente il sistema di governo europeo nel senso di un federalismo solidale.
Il risultato dell’incontro di crisi dei capi di Stato e di governo dell’Eurozona, svoltosi a Bruxelles il 21 luglio, conferma queste previsioni.