EDITORIALE

Costruire senza paura

Ue: le radici della forza necessaria per superare la crisi

Le stragi di Oslo e Utoya hanno certamente riproposto non solo alla Norvegia, ma all’intera Europa, molti interrogativi sui temi dei valori comuni, della convivenza, della “società aperta”, del rispetto delle leggi… L’era globale tende a fare di ciascuna persona, di ogni piccola comunità locale, di ogni nazione, una parte di un tutto più ampio e le sfide mondiali – siano esse economiche, culturali, demografiche, religiose – vanno a incidere su ogni angolo del pianeta. Così il continente europeo, al centro di queste dinamiche moderne, che a sua volta si alimenta della modernità, non può esimersi dal fare i conti con il presente. Anche perché ogni tentativo di chiamarsi fuori, di erigere barriere, di creare una “fortezza”, non ha prodotto risultati apprezzabili.Oggi l’Europa (e con essa l’Unione europea, ovvero il processo politico di integrazione che coinvolge 27 Stati del continente) attraversa una profonda crisi economica, con ricadute pesanti sulle famiglie, sulle città, sugli Stati; al contempo fa i conti con una dinamica demografica che segnala il costante invecchiamento della popolazione; sempre sul piano demografico permane, in tutta la sua ampiezza e complessità, il movimento che porta sulle coste mediterranee, ma anche nella mitteleuropa fino ai Balcani e alla Scandinavia, immigrati provenienti dall’Europa più orientale, dall’Asia, dall’Africa, dall’America latina.La globalizzazione, appunto, pone alle popolazioni e agli Stati europei, inediti problemi organizzativi, sociali, normativi, ma anche questioni di identità, che si intersecano con dinamiche di marca europea: un crescente individualismo, il profondo processo di secolarizzazione in atto da qualche decennio, lo smarrimento di punti fermi dati troppo spesso per scontati, le difficili risposte della politica dinanzi a orizzonti insidiosi. Per reazione, un’ampia parte di opinione pubblica europea tende a interpretare il localismo, il nazionalismo e varie forme di populismo come la migliore delle reazioni. Chiudere il cerchio, contarsi, escludere – quando possibile – l’altro, gli altri… Un comportamento, questo, più che comprensibile, benché a rischio di sfociare nelle derive estreme dell’autosufficienza, della xenofobia e del razzismo.Non a caso, proprio alla luce dei fatti norvegesi, l’Europa intera, e l’Ue per quanto le compete, hanno avviato una analisi su questi aspetti e già vari appuntamenti politici sono fissati dopo l’estate per verificare la possibilità di contromisure, da quelle urgenti (sul piano della sicurezza, ad esempio) a quelle di lungo respiro: integrazione culturale e sociale nel rispetto delle leggi dei singoli Stati, valore aggiunto del dialogo tra le culture e tra le fedi religiose.L’Europa, confrontata da sfide arrembanti, ha del resto elementi solidi su cui fondare delle risposte. Possiede una storia condivisa, un humus cristiano diffuso e ancora vivace, può contare su valori comuni (il primo di tutti: la solidarietà), non le mancano nuove generazioni istruite e aperte, dispone pur sempre di notevoli strumenti per produrre sapere e innovazione, per comunicare su vasta scala, per costruire relazioni. Occorre una originale capacità di muoversi sul doppio binario del radicamento nella propria terra, nella propria storia e cultura, e, ugualmente, la volontà di guardare oltre i confini, di procedere sulle strade che conducono all’incontro con gli altri, siano essi connazionali di diversi territori, europei di differente nazionalità, migranti di Paesi terzi, ritenuti sempre meno “stranieri” e valorizzati come possibili risorse per il vecchio continente.In questo senso l’Ue sta dando qualche buon segnale, insistendo – pur senza negarne gli aspetti problematici – sul processo di allargamento politico, su azioni di inclusione sociale ed economica (la strategia Europa 2020 ne è l’emblema e richiede ora di passare dal progetto alla concretezza), sulla cooperazione a livello internazionale sia con i Paesi ricchi (G8, G20) sia con quelli poveri, mediante la cooperazione allo sviluppo e gli aiuti umanitari.Certamente non esiste una sola e univoca ricetta per affrontare le nuove frontiere del terzo millennio, ma atteggiamenti costruttivi, fondati sulla memoria e aperti al futuro possono essere una buona base di partenza.