UE

L’agenda è mobile

Come il “vocabolario” comunitario segue il processo di integrazione

L’agenda europea è sempre fitta di vecchi e nuovi argomenti da affrontare, concordando principi, norme e interessi dei 27 Paesi aderenti, dei popoli che abitano alle diverse latitudini del continente, delle istituzioni di Strasburgo e Bruxelles. Esistono temi che fanno parte del bagaglio “storico” dell’Unione, come ad esempio l’agricoltura, lo sviluppo regionale, l’acquis legislativo; altri si sono imposti con il tempo, come il dialogo interculturale, il “peso politico” dell’Europarlamento, l’Unione economica e monetaria. In effetti il vocabolario Ue, così come l’agenda europea, non è statico nel tempo e segue l’evoluzione del processo d’integrazione.Economia e politica. Seguendo questa linea di aggiornamento del glossario Ue, è possibile stendere una sorta di top ten dei termini più gettonati in questo 2011. Un elenco certamente parziale, ma forse indicativo degli sviluppi della politica comune negli ultimi mesi. A questo proposito la prima parola da ricordare è “governance”. Dall’esplosione della crisi dei subprime americani, l’Unione ha cercato di non farsi travolgere istituendo una prima forma di condivisione delle grandi scelte economiche e finanziarie dei Paesi aderenti. In realtà già l’istituzione dell’Unione economica e monetaria, “figlia” del Trattato di Maastricht, prevedeva una convergenza delle economie nazionali; ma una buona parte di tale progetto era rimasta sulla carta, salvo l’istituzione della moneta unica (che “unica” non è riguardando, per ora, 17 dei 27 Stati Ue). Solo l’apocalittica crisi del 2008 ha messo Germania e Bulgaria, Grecia e Francia, Svezia e Malta di fronte al fatto compiuto: le singole economie europee non reggono alla globalizzazione, non possono tener testa alla competizione dei Paesi emergenti o emersi (Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica…), non sono in grado di difendersi da eventuali terremoti finanziari. Da qui tutti gli sforzi che l’Ue ha messo in campo per rafforzare il mercato unico, la collaborazione sul piano della sostenibilità finanziaria, le misure atte a prevedere futuri sviluppi del mercato del lavoro e della previdenza. La strategia Europa 2020 (secondo termine-chiave), indirizzata alla crescita e all’occupazione, fa parte di questo pacchetto di interventi.Le regole, il bilancio. Ma l’Unione non è solo economia. È, o dovrebbe essere, anzitutto un grande progetto politico volto alla realizzazione di una “casa comune” per i cittadini europei. Per tale motivo le regole del gioco svolgono un compito essenziale e dunque il Trattato di Lisbona (terzo termine), entrato in vigore nel 2009, è un punto di riferimento certo per determinare ruoli, competenze, profili, impegni dei diversi tasselli che compongono l’Unione. Il Trattato è in fase di applicazione: alcune innovazioni determinate a Lisbona funzionano già (si pensi alla figura del presidente “stabile” dell’Unione europea), altre sono in rodaggio: fra queste, l’Alto rappresentante per la politica estera e il nuovo Servizio diplomatico di azione esterna, nonché l'”iniziativa dei cittadini” (quarto termine), che dovrebbe permettere ai cittadini di proporre una nuova norma comunitaria mediante un’ampia raccolta di firme su scala continentale. La “trasparenza” (quinta parola) fa parte di questo cammino di reciproco avvicinamento fra cittadini e istituzioni comuni: la disponibilità on line di pressoché tutte le informazioni sull’Ue, mediante il portale www.europa.eu, è uno dei segnali emblematici del cantiere-trasparenza. Per costruire la “casa comune” occorrono però anche soldi: perciò “budget” è la sesta parola fondamentale che ricorre nelle sedi dell’Unione. Si tratti di budget annuale (che si aggira attorno ai 140 miliardi di euro, l’1% del Pil europeo), o di quadro finanziario pluriennale (è in discussione quello per il periodo 2014-2020), quello che conta è fornire una adeguata quantità di fondi per realizzare le politiche e i progetti che gli Stati membri hanno delegato all’Unione.Allargamento e altro ancora. Diverse altre parole tornano di frequente nelle sedi Ue, nei vertici tra gli Stati, nelle riunioni ministeriali, nella plenaria del Parlamento di Strasburgo, negli atti legislativi e nei documenti di lavoro di Bruxelles. “Allargamento” (settimo termine) è un vocabolo tornato di moda dopo qualche tempo di eclissi. Lo ha rilanciato la presidenza di turno ungherese del Consiglio dei ministri Ue, insistendo per il prossimo ingresso della Croazia nel consesso comunitario. Partita vinta: Zagabria è prenotata per l’adesione a partire dalla metà del 2013, trainando tutti i Balcani verso una non immediata inclusione nell’Ue. Infine altre tre parole che vanno per la maggiore nell’Unione, delle quali si tornerà a discutere dopo l’estate: “immigrati” (con la proposta di una Agenda europea dell’integrazione), “xenofobia” (uno dei grandi mali che affliggono l’Europa assieme al populismo; le stragi di Oslo e Utoya fungono da triste richiamo); “rom” (anche in questo caso l’Ue preme per efficaci iniziative per l’inclusione, nel rispetto della specifica identità culturale).