STAZIONE DI BOLOGNA
2 agosto 1980: a 31 anni dalla strage
Trentun’anni dopo, quello squarcio nella sala passeggeri della stazione centrale di Bologna è una ferita ancora aperta. A provocarlo, il 2 agosto 1980 alle 10.25, fu una bomba che fece 85 vittime e oltre 200 feriti e per la quale sono stati condannati gli estremisti neri Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti, riconosciuti dai tribunali esecutori materiali della strage (nonostante essi si siano sempre dichiarati innocenti). Ma i mandanti sono ancora oggi nell’ombra, ed è questo ad aver provocato nel tempo un’ondata crescente di proteste, espresse con fischi a rappresentanti delle istituzioni saliti anno dopo anno sul palco allestito nel giorno della memoria. Proprio per evitare i fischi questa la motivazione data dall’esecutivo quest’anno (come pure nel 2010) non è giunto a Bologna alcun membro del governo, scelta che ha generato polemiche. Presenti, invece, il sindaco di Bologna Virginio Merola e quello di Bari (città che, dopo il capoluogo emiliano, nell’attentato ha avuto il maggior numero di vittime) Michele Emiliano, il prefetto Angelo Tranfaglia, il presidente dell’Associazione familiari vittime della strage alla stazione di Bologna, Paolo Bolognesi.
Difendere i valori fondanti. Alla cerimonia sono giunti i messaggi delle massime cariche istituzionali, a partire dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per il quale il ricordo della strage sollecita "l’impegno civile dell’intera collettività nel prevenire qualsiasi rigurgito d’intolleranza e di violenza e nel difendere e consolidare i valori fondanti della nostra democrazia". Rivolgendosi al presidente dell’Associazione familiari delle vittime, il capo dello Stato ha espresso "gratitudine e apprezzamento" per "la passione civile" con cui "si batte per l’ulteriore accertamento della verità storica e processuale", "diffondendo, specie nelle generazioni più giovani, la cultura della convivenza pacifica e della consapevole partecipazione all’esercizio dei diritti politici e civili". Quel giorno "continua a rappresentare uno degli episodi più tragici della nostra storia", ha rilevato il presidente del Senato, Renato Schifani, anch’egli ringraziando l’associazione presieduta da Bolognesi "per la lotta all’oblio nel nome della verità". "Il ricordo di quel barbaro attentato – per il presidente della Camera Gianfranco Fini deve costituire un fattore di rafforzamento della cultura democratica dell’Italia, nell’impegno costante d’istituzioni e società civile a fare piena luce su una stagione di folle violenza terroristica", "manifestando al contempo ogni possibile forma di solidarietà e di sostegno ai superstiti e ai parenti delle vittime che lo Stato ha il dovere di non lasciare mai soli".
Vittime di un progetto dissennato. "Ora che quegli anni Ottanta dalla cronaca stanno passando alla storia ha sottolineato il vicario generale dell’arcidiocesi di Bologna, mons. Giovanni Silvagni, celebrando nella chiesa di San Benedetto una messa in suffragio delle vittime abbiamo il dovere di riconoscere e onorare lo sforzo morale enorme che la nostra città e il nostro Paese hanno saputo mettere in atto per reagire all’incalcolabile danno delle stragi, del terrorismo, delle uccisioni mirate, che avevano lo scopo di destabilizzare la sostanziale coesione democratica". A fianco della strage alla stazione di Bologna, nella memoria e nel ricordo dei presenti, gli attentati ai treni Italicus (il 4 agosto 1974 a San Benedetto Val di Sambro) e 904 Napoli-Milano (23 dicembre 1984), come pure tutte le altre vittime di una strategia del terrore perseguita indistintamente da estremismi rossi e neri. Un "progetto dissennato e senza futuro, eppure così prepotente e devastante", che avrebbe potuto buttare l’Italia "in pasto all’anarchia o alla dittatura". "Ma da queste guide cieche ha aggiunto il vicario la nostra società non si è lasciata sedurre né intimorire, reagendo con pazienza, ricomponendosi dalle macerie e dalle devastazioni e riprendendo la sua strada".
Le vittime non sono "assenti giustificati". Dove sono finite "le vittime di quegli anni difficili?", si è chiesto mons. Silvagni. Uomini e donne "con i loro nomi, le loro storie, i loro affetti, i loro progetti". Dov’è finito "quell’immenso capitale umano eliminato brutalmente, provocando un immenso ed esponenziale irradiarsi di dolore e di sgomento tra i familiari, gli amici e in tutti noi?". Essi, ha ricordato, non sono "gli assenti giustificati di questi anni", bensì "sono presenti nel nostro affettuoso ricordo di cui anche questa celebrazione vuole essere segno". "Ma ancor di più ha rimarcato essi sono presenti alla nostra storia", "protagonisti invisibili ed efficaci di una storia diversa, che si realizza anche grazie al loro contributo". È un "dato di fede", ha riconosciuto il sacerdote, nel quale "è riflesso un misterioso e inspiegabile sentimento che ce li fa sentire istintivamente vicini e solidali, anche se invisibili, angeli e presenze amiche, esperte della brutalità del male e ancor di più della bontà di Dio che ha già asciugato tutte le loro lacrime". Per questo "presi per mano da queste presenze amiche noi possiamo affacciarci sull’abisso del male accaduto senza esserne risucchiati, anzi traendo nuovo slancio per vivere e far vivere tutta la nostra comunità".