EGITTO
Iniziato il processo a Mubarak
Il 3 agosto è iniziato al Cairo il processo all’ex presidente Hosni Mubarak. Sul suo capo pende l’accusa di corruzione e di aver ordinato l’assassinio di civili, durante le proteste scoppiate dal 25 gennaio 2011, imperniate sul desiderio popolare di cambiamento politico e sociale contro il trentennale regime impersonato dallo stesso Mubarak. Alcune stime parlano di 850 civili morti durante le manifestazioni di quella che la storia ha definito "la rivoluzione dei gelsomini". Il ‘faraone’ è apparso nella gabbia degli imputati in barella, l’immagine forse più emblematica della sua caduta, e non era solo. Con lui anche i due figli Alaa e Gamal, che contestano ogni addebito e altri 7 imputati, tra cui l’ex ministro degli Interni Habib al-Adly e sei ex ufficiali dell’esercito. Oltre 3 mila tra soldati e poliziotti hanno provveduto a garantire l’ordine pubblico fuori dell’accademia di polizia, alla periferia nord del Cairo, dove i sostenitori dell’ex-presidente si sono scontrati con i suoi detrattori.
Un processo giusto. "Nessuno poteva immaginare una scena simile spiega al SIR mons. Antonios Aziz Mina, vescovo di Guizeh dei Copti e credo che questa rappresenti un monito a tutti i responsabili che sono chiamati ad agire con giustizia e equanimità. Mubarak, e questo è importante non viene giudicato da un tribunale militare ma da uno civile che avrà il tempo per verificare e giudicare. Il popolo non chiede di ucciderlo, di imprigionarlo, o abbatterlo, ma solo che venga fatta giustizia. Se dovesse essere provato che non ha avuto nessun ruolo nell’eccidio dei giovani manifestanti sarà giudicato innocente". Per mons. Mina il fatto che "ci sia la libertà per giudicare" tali fatti, "è già una buona cosa", anche se riconosce che "questo passo poteva essere fatto molto tempo prima, sono passati sei mesi dalla rivoluzione. Ma meglio tardi che mai". Confortano, a tale riguardo le parole del giudice, Ahmed Rifaat, ai media che lo intervistavano: "Vogliamo lavorare in completa calma e fare un processo giusto, nell’interesse del popolo". D’altra parte le accuse, come detto, sono pesanti: nella sua requisitoria, il rappresentante della procura egiziana ha accusato Mubarak e l’ex ministro al Adly di omicidio premeditato nei confronti dei manifestanti durante la rivoluzione di gennaio. Per questo l’ex rais rischia la pena di morte. La lenta e difficile transizione democratica che sta vivendo l’Egitto in questo momento, infatti, "non corrisponde a pieno alle attese della rivoluzione scoppiata a gennaio scorso. La rivoluzione, per sua stessa natura esige innanzitutto la velocità di cambiamento, mentre la guida dell’esercito", al quale è stato demandato il compito di traghettare il paese verso la democrazia, "ha propugnato la calma e l’analisi della situazione prima di agire. Non dobbiamo dimenticare che la persona sotto accusa è stata a capo dell’esercito. Le dimissioni del presidente Mubarak sono giunte (11 febbraio 2011) quando le risposte del governo non corrispondevano alle attese della piazza". Nonostante ciò il vescovo copto-cattolico si dice ottimista per il prosieguo del cammino democratico dell’Egitto, che, afferma, "ha dietro le spalle millenni di civiltà e di storia anche se avrei auspicato un ritiro dell’esercito nelle caserme subito dopo la fine della rivoluzione lasciando ad una commissione di presidenza il compito di rivedere la costituzione, lavorare per un nuovo parlamento e presidente. Ma già prima della sua destituzione Mubarak voleva riformare solo alcuni, sei o sette, articoli della Carta costituzionale". Dopo il referendum sulle modifiche alla Costituzione, il 20 marzo, nel quale i sì hanno vinto con il 77,2% dei voti mentre i no hanno incassato il 22,18% dei consensi, "l’esercito ha dettato molti articoli ed ora non si sa come andare avanti. Non sappiamo se il Parlamento e il Presidente che verranno avranno capacità e competenze che sono nella Costituzione di oggi per evitare un nuovo regime trentennale. Bisogna cambiare gestendo al meglio i cambiamenti". Sulle modifiche costituzionali pesa, inoltre, la crescita degli islamisti, anche se, spiega mons. Mina, "non so se hanno tutta questa influenza. Il popolo vuole rispetto dei diritti, lavoro e giustizia. Richieste abbracciate in toto dalla minoranza cristiana, che nonostante le provocazioni, le violenze e scontri appiccati da fazioni estremiste islamiche, sanno che devono lavorare come ponti di dialogo e di riconciliazione, fedeli alla loro vocazione". L’ottimismo per il futuro dell’Egitto di mons. Mina, è condiviso anche da padre Henry Boulad, direttore del Centro culturale gesuita di Alessandria, che in una dichiarazione ad Asianews, ha affermato che col processo a Mubarak "si vuole accontentare i giovani della rivoluzione, dare loro un segno di buona volontà". Sul pericolo del fondamentalismo è chiaro: "Mi sembra che anche i meno istruiti abbiano che capito che questi islamici non andranno da nessuna parte". Questa nuova consapevolezza deriva anche dai giovani della rivoluzione che sta portando al "rifiuto di ogni forma di radicalismo".