BURQA
Il giurista A. Ferrari sul divieto di indossare il velo in pubblico
L’Italia e il burqa. Dopo Francia e Belgio, anche il nostro Paese si trova ad affrontare una questione delicata e complessa approvando in Commissione Affari costituzionali della Camera un testo di legge che prevede multe per chi indossa burqa e niqab in luoghi pubblici. Abbiamo chiesto un parere ad Alessandro Ferrari, docente alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università dell’Insubria nonché membro del Comitato per l’Islam italiano costituito dal ministero dell’Interno come organo al quale il governo può chiedere pareri e proposte su specifiche questioni relative all’integrazione delle comunità musulmane nella società nazionale.
Professore, cosa pensa della legge?
"Vietare il ‘burqa’ e il ‘niqab’ nei luoghi pubblici mi sembra un provvedimento un po’ draconiano. Sotto molti punti di vista. Innanzitutto, auspicherei che nessun testo normativo menzionasse esplicitamente i simboli di questa o quella tradizione cultural-religiosa: il rischio di una discriminazione è sempre alto, specie quando si parla di una minoranza che già soffre di molti problemi, a partire dalla difficoltà a fruire di decenti luoghi per l’esercizio del culto. In secondo luogo seguirei un approccio più pragmatico, vale a dire isolerei i casi di divieto nei luoghi pubblici in cui mostrarsi a volto scoperto fosse effettivamente necessario, penso alla scuola, a determinati uffici e così via. Un conto, infatti, è uscire di casa per fare la spesa, un altro è insegnare o guidare l’auto in condizioni tali da non pregiudicare la sicurezza altrui. Inoltre, chi indossa il burqa e il niqab non lo fa per non essere identificato, ma per esercitare ciò che ritiene un proprio dovere imperativo, imposto dalla coscienza religiosa: e seguire la propria coscienza religiosa quando ciò non leda diritti altrui è un diritto che – insieme a quelli della libera manifestazione del pensiero e di circolazione – può essere limitato solo quando effettivamente necessario. E sull’esistenza di tale necessità ho forti dubbi".
La legge però viene invocata in difesa dei diritti di libertà e dignità delle donne?
"Quanto alla dignità della donna – sempre di fronte ad una scelta libera – tale dignità non può essere interpretata dall’esterno. Non dimentichiamo poi che il burqa italiano e, più in generale, europeo non può essere automaticamente associato al burqa afghano: da noi sono spesso le convertite o le seconde generazioni ad utilizzare, volontariamente e ostentatamente, un capo di abbigliamento che può non piacere ma che esprime una precisa rivendicazione identitaria".
Riguardo invece alla sicurezza, è necessaria una legge del genere?
"Guardi, la legge non risponde ad alcun bisogno sociale effettivo. Nel caso in cui il burqa fosse imposto il codice penale risponde già allo scopo; nel caso, invece, in cui il burqa sia liberamente scelto vedo difficile vietarlo per motivi di sicurezza o in nome della dignità femminile. Abbiamo, infatti, a che fare con un reato di pericolo presunto, in cui la sanzione è, in qualche modo, anticipata, rispetto al realizzarsi del danno. Mi sembra dunque poco giustificato il limitare un diritto associato alla libertà religiosa, alla libera manifestazione del pensiero, alla libertà di circolazione e movimento e, in generale, alla propria identità personale con così “poco in mano”. Peraltro, si confonde troppo tra riconoscimento e identificazione: non sono sicuro che nel nostro ordinamento esista un obbligo ad essere sempre, genericamente, riconoscibili; diverso è, invece, il caso dell’identificazione, ovvero associare una faccia a un documento: questo può sempre essere richiesto dalle autorità competenti".
Ma secondo lei, la via di integrazione passa dalle leggi?
"Sì, passa anche dalle leggi, ma dalle buone legge, non da leggi manifesto, leggi simbolo poco attente alla complessità delle problematica in gioco e che entrano in campi minati arrivando a stabilire ciò che è prescrizione religiosa da ciò che non lo è, pensando, così, di evitare qualsiasi esigenza di bilanciamento. Passa dal buon funzionamento dei servizi sociali, dal buon funzionamento della sanità e della scuola, passa dall’effettivo funzionamento dei diritti, a partire da quelli di libertà religiosa: sarebbe stato il benvenuto che lo stesso attivismo dimostrato su questo problema fosse stato dimostrato su altre questioni, a partire dall’approvazione di una legge sulla libertà religiosa in linea con la Costituzione che il nostro paese attende da decenni".