UNIONE EUROPEA
La politica messa alle strette da una crisi non solo economica
Uno sguardo alla cartina geografica dell’Europa lascia intravvedere quante turbolenze segnino il vecchio continente, stretto fra crisi economica, fermenti sociali, inquietudini culturali, pressioni "esterne" (migrazioni, instabilità politica del vicinato). Senza cadere nel pessimismo, occorre riconoscere, ad esempio, che la recessione ha segnato nel profondo la vita di greci, irlandesi e portoghesi, generando forti tensioni anche in diversi altri Stati. La Spagna in primo luogo, che sarà anticipatamente chiamata alle urne a novembre proprio perché la crisi economica più che altre "mosse" del governo Zapatero non ha avuto contromosse adeguate. Contromosse peraltro carenti in altri paesi, con l’Italia nel gruppo di testa.
Altre solide democrazie mostrano, oggi come oggi, sirene d’allarme e i rispettivi governi possono misurare la distanza che li separa dai propri cittadini: vale per il gigante tedesco (la coalizione moderata guidata da Angela Merkel ha registrato ultimamente una serie di sconfitte nelle elezioni territoriali) e per quello francese (la poltrona presidenziale di Sarkozy non è mai stata tanto in discussione). Persino il britannico Cameron, da poco alla testa dell’esecutivo di Londra, si trova, per varie ragioni, in posizione di estrema difficoltà.
In Scandinavia è soprattutto palpabile il problema del populismo, che a tratti degenera in xenofobia ed estremismo: i recenti fatti di Oslo e Utoya, così come vari segnali provenienti da Danimarca e Finlandia, sembrano confermare che anche a queste latitudini cova un insolito malessere. Che dire poi dei paesi dell’est, dalla Polonia all’Ungheria, dalle repubbliche baltiche a Romania e Bulgaria: le specificità nazionali non consentono e sarebbe un errore di fare di tutta un’erba un fascio, ma certamente i livelli socioeconomici ancora distanti dalla media Ue15, le insoddisfazioni a livello sociale, in vari casi il marcato nazionalismo, i dubbi latenti sulla "collocazione europea", fanno degli ex paesi del Patto di Varsavia un’area alla ricerca di una propria solidità interna e di una precisa collocazione comunitaria e internazionale.
Se poi ci si sposta ancora più a oriente o a sud, si deve ammettere che democrazia, sviluppo, diritti non hanno ancora piena declinazione in Europa: i casi della Russia, dell’Ucraina, della Bielorussia e dei Balcani costituiscono un punto interrogativo che richiede attenzione. E oltre i confini continentali se è possibile tracciarne turbolenze non meno gravi mostrano come nessuno si può rinchiudere nei recinti di casa propria, nella speranza che il mondo non bussi alla porta. La Siria dice esattamente questo, così come fanno Libia, Egitto e l’intero Medio oriente, con in cima la Terra Santa.
Qualche intellettuale e vari mass media puntano l’indice verso una intrinseca debolezza della politica, incapace è questa l’accusa di formulare risposte concrete agli eventi presenti. Ma si tratta di un’analisi poco convincente, o quanto meno incompleta: perché proprio i poteri politici attuali dovrebbero essere meno efficaci nella loro azione rispetto a quelli di 10, 20 o 40 anni fa? Probabilmente si può affermare che la politica di oggi, a Parigi come ad Atene, a Stoccolma come a Roma o Berlino, è indebolita almeno da due fattori: un livello di partecipazione popolare modesto (il che rende di per sé più deboli i processi democratici) e una accresciuta mediatizzazione della politica stessa, con partiti, coalizioni e leader esposti al giudizio altalenante (e spesso superficiale) dei media e di una opinione pubblica altrettanto fluttuante. Questi due elementi combinati fra loro ne generano poi un terzo, che si può esprimere con un interrogativo: come avviene, all’inizio del terzo millennio, la selezione e formazione della classe dirigente dei diversi Paesi?
Si potrebbe sintetizzare pur sapendo che le sintesi talvolta peccano di eccessive semplificazioni affermando che ci si trova dinanzi a problemi sempre più complessi e a democrazie e poteri meno radicati nel tessuto nazionale. Se questo fosse vero, azioni politiche condivise e incisive per quanto attiene l’economia, la situazione sociale, il quadro internazionale, potrebbero giungere anzitutto da una politica che torni ad ascoltare i cittadini, ispirando loro fiducia mediante partiti e leader credibili, preparati, "puliti"; una politica volta primariamente a fornire risultati misurabili che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini; una politica in cui il rispetto delle regole democratiche sia un prerequisito mai posto in discussione; infine una politica europea con lo sguardo puntato sul mondo intero, perché è col mondo intero che il nostro tempo chiede costantemente di fare i conti.