IMMIGRAZIONE
Altre centinaia di vittime nel Mediterraneo, tra i migranti in fuga da Libia
A distanza di pochi giorni dall’ultima notizia del ritrovamento dei corpi di 25 migranti nella stiva di un barcone approdato a Lampedusa e in fuga dalla Libia, è stata accertata una nuova tragedia nel Mediterraneo, con decine di vittime, gettate in mare dopo essere morte di stenti, a 90 miglia a sud dell’isola pelagica. Per quasi sei giorni e sei notti dispersi in alto mare senza cibo né acqua, come raccontato da alcuni dei 370 sopravvissuti, che hanno assistito impotenti alla morte dei loro compagni di viaggio. Pare anche che non siano stati soccorsi da navi militari, e il ministro degli esteri italiani Franco Frattini ha chiesto alla Nato di aprire una inchiesta. Dopo una prima visita sul molo, oltre una ventina di persone, tra cui molte donne, sono state portate al Poliambulatorio dell’isola perché in serie condizioni di salute. Durante le operazioni di soccorso è stato ritrovato un cadavere. Da mesi le organizzazioni non governative e le Nazioni Unite ricordano che ci sono decine di migliaia di persone, soprattutto dell’Africa sub-sahariana, che cercano di fuggire dal conflitto in Libia e non possono tornare ai loro Paesi, dove c’è guerra o carestia.
Creare canali umanitari. Il Centro Astalli esprime oggi "profonda tristezza e indignazione" per questa ennesima tragedia del mare. "Si ripetono le dinamiche incoscienti e irresponsabili che sono la causa principale di queste tragedie" afferma padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli, il servizio dei gesuiti che a Roma si occupa di rifugiati e richiedenti asilo -. "Ancora gente in fuga dalla guerra in Libia, ancora barconi malmessi e sovraccarichi che affrontano viaggi pericolosi ma, soprattutto, ancora un mare fortemente pattugliato che non vede, non si accorge, non ascolta le richieste disperate di aiuto. Ancora un grave rimbalzo di responsabilità tra gli Stati che quella guerra l’hanno definita necessaria. La Nato che deve proteggere i civili non può non dichiararsi competente di fronte alle richieste di soccorso dei migranti in pericolo". Il Centro Astalli ribadisce con forza la necessità di creare canali umanitari – dalla Tunisia ad esempio – per permettere a queste persone di mettersi in salvo in modo sicuro. "Se non si procederà in tal senso continueremo ad assistere inermi a tali tragedie prosegue padre La Manna -. La morte di tante persone non può lasciare indifferenti. È necessaria una profonda assunzione di responsabilità che deve scuotere le coscienze degli Stati, delle istituzioni e dei cittadini". "L’Europa misura il proprio grado di civiltà anche sulla capacità di accogliere e di soccorrere chi chiede aiuto. Oggi, di fronte a questi avvenimenti, si può affermare che l’Ue non vive solo una crisi economica ma anche di valori e di principi. È necessario ritornare a far si che il cuore dei dibattiti e delle scelte, politiche e legislative, sia il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo" conclude La Manna.
I soccorsi a Lampedusa. "La maggior parte di queste persone erano disidratate o in ipotermia racconta Marco Testa, medico dell’équipe di Medici Senza Frontiere a Lampedusa, che ha partecipato alle prime operazioni di soccorso al molo -. Tra i pazienti visitati abbiamo riscontrato anche alcuni casi di addome acuto, oltre a numerosi casi di lesione dermatologica". "Mentre li visitavamo prosegue – Majdi, mediatore culturale di Msf -molti di loro continuavano a ripetere che non pensavano che sarebbero sopravvissuti così tanto tempo in quelle condizioni". Alcuni migranti, in evidente stato di shock, hanno raccontato agli operatori presenti allo sbarco di aver visto morire decine di persone a causa degli stenti e delle condizioni di un viaggio che è soltanto l’ultima tragica tappa di una fuga cominciata molto tempo prima nel loro Paese d’origine e che prosegue a causa del conflitto in corso in Libia. “Ogni imbarcazione che arriva – dichiara Francesca Zuccaro, capo missione di Msf per i progetti sull’immigrazione in Italia -, ogni rifugiato che muore tragicamente in mare ci ricorda che c’è un conflitto in corso dall’altra parte del mare. Queste persone stanno cercando rifugio e protezione, a tutti i costi, spesso rischiando le loro vite”. L’ong ricorda a tutte le parti coinvolte nel conflitto e ai Paesi vicini "le proprie responsabilità, nel rispetto delle leggi internazionali, di tenere aperte le frontiere e di offrire soccorso e protezione a chi fugge dalla Libia". A Lampedusa Msf è presente con un team di medici, infermieri e mediatori culturali. Tra febbraio e luglio ha assistito quasi 19mila persone fuggite dalla Libia.