ADOZIONE E AFFIDO

Salvati e salvatori

I 25 anni dell’Aibi: la figura di Mosè al centro della Giornata di spiritualità

"Di fronte all’ingiustizia dell’abbandono di un bambino nessuno è libero". È questo l’appello lanciato da Marco Griffini, presidente dell’Associazione Amici dei bambini (Aibi), a conclusione dell’VIII Giornata di Spiritualità dell’adozione tenutasi nei giorni scorsi al Piccolo Paese del Lago di Monte Colombo (Rimini) nell’ambito della consueta Settimana annuale di studi e formazione che quest’anno ha segnato il 25° di fondazione dell’associazione. Al centro della Giornata la figura di Mosè, attraverso cui è stata riletta l’esperienza dell’adozione e del rapporto genitore – figlio. "Un rapporto meraviglioso e complesso – ha detto Griffini – che illumina l’accoglienza proiettandola verso il futuro e quindi verso la speranza". All’appuntamento hanno partecipato giovani di tutto il mondo che hanno conosciuto in prima persona il dramma dell’abbandono.

Speranza contro ogni speranza. "La nostra libertà umana di dire si o no al progetto di Dio – prosegue il presidente di Aibi – l’abbiamo persa nel momento in cui ci è stata donata la grazia dell’accoglienza: per noi genitori la grazia della sterilità feconda, per i nostri figli la grazia della speranza contro ogni speranza, una grazia particolare donata dal Padre ad ogni figlio che viene abbandonato; la stessa grazia di Gesù sulla croce". "Mosè – spiega Griffini – è un bambino abbandonato salvato dall’adozione ma è anche un adulto che ha avuto una missione: condurre a salvezza il popolo degli schiavi. Mosè è anche Aibi, la sua storia incarnata nei volontari, collaboratori e figli". Di qui, secondo il presidente, la conseguenza più naturale: "Ogni figlio adottato, prima o poi sarà chiamato a condurre una missione di salvezza".

Mosè, regista di salvezza e mediatore tra Dio e l’uomo. "La figura di Mosè si pone tra mito e storia, leggenda e realtà, nella sua vita si intrecciano adozione e missione" aggiunge don Saulo Monti, docente di teologia trinitaria presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano. Per il teologo, "Mosè salvato, sottratto al caos incombente della morte e della distruzione, è regista e stratega di una ben altra estrazione e sottrazione salvifica e vitale. Camminare con Mosè significa implorare il suo pensiero, penetrare nel mistero della vita e della morte". Con la relazione di don Alberto Cozzi (docente di teologia sistematica presso la stessa Facoltà), l’attenzione della Giornata si focalizza invece sulla funzione mediatrice di ogni genitore, tanto più dei genitori adottivi. "Ogni bambino abbandonato – osserva – ha diritto ad una famiglia che prenda la mano di Dio e lo aiuti a mettere il timbro della salvezza. Mosè è un personaggio importante, è il mediatore, patisce lo scambio tra Dio e il Popolo e volendolo fino in fondo introduce nella storia la grazia di Dio. Fin dove Dio ci vuole bene? Fino dove io sono disposto ad arrivare. La mediazione riuscita è quella in cui l’uomo accoglie Dio tanto quanto questi si dona e gli permette così di portarlo alla sua verità compiuta. Se tu genitore adottivo lo vuoi veramente, Dio ti mostrerà la strada e ti aiuterà sin dove tu vuoi arrivare".

Spendersi per ciò che è buono. Un’attenta analisi di quelle che sono le differenze fra le culture nelle dinamiche dell’adozione internazionale è il contributo offerto alla riflessione da don Maurizio Chiodi, consigliere spirituale dell’associazione "La Pietra Scartata" e docente di teologia morale presso la medesima Facoltà Teologica. "L’adozione internazionale – rileva – è l’accettazione di una sfida difficile, i genitori sono come mediatori culturali, si aprono a delle relazioni interculturali. Partendo dalle differenze culturali, è possibile l’accoglienza. È possibile attraversare la differenza facendone un luogo di fraternità". Secondo il teologo "nell’adozione internazionale c’è in gioco una traduzione, si accoglie un figlio abbandonato che per nascita apparteneva ad una cultura e lo si ‘trasporta’ in un’altra cultura". Al desiderio iniziale di adottare, avverte, "corrisponde un compito difficile, come chi deve tradurre da una cultura all’altra un bambino abbandonato. Compito del genitore adottivo è educare. Educare per un padre e per una madre è andare fino in fondo; è testimoniare ciò per cui vale la pena spendere la vita. L’educazione non è sterile è la capacità di spendersi per ciò che è buono". La parola nuovamente a Griffini per le conclusioni e l’anticipazione del tema dell’edizione 2012 della Giornata. "Prima di ricevere il dono dell’adozione – sottolinea –, i nostri figli hanno subìto un tradimento, l’essere stati abbandonati. La grazia che viene concessa ad un bambino quando è abbandonato, permette di aprire il proprio progetto di salvezza; ma per arrivare alla salvezza definitiva occorrerà ripercorrere un altro tradimento: quello di Giuda. Il suo atto, è stato dettato dalla sfiducia, dalla ribellione o è stato un folle atto d’amore? Gesù dice a Giuda, ciò che devi fare, fallo al più presto. Da qui ripartiremo il prossimo anno".