ECONOMIA

Non si poteva rimandare

L’ok della Bce all’acquisto di titoli di Stato italiani e spagnoli

Borse altalenanti, dopo un week end segnato dalla decisione della Banca centrale europea (Bce) di sostenere le economie d’Italia e Spagna tornando ad acquistare i titoli di Stato dei due Paesi, ma anche dal ridimensionamento – per la prima volta – del rating Usa (passato da AAA ad AA+) ad opera di Standard & Poor’s. Mentre perdura l’incertezza dei mercati, il SIR ha chiesto all’economista Alberto Quadrio Curzio, docente alla Facoltà di scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano, di fare il punto della situazione.

L’ok della Bce all’acquisto di titoli di Stato italiani e spagnoli quali riflessi può avere sulle borse, e sul nostro Paese in specifico? Basta a fermare la speculazione?
"La decisione era la sola possibile se si voleva salvare l’euro e l’Unione economica e monetaria. Non esistono infatti in Eurolandia altri strumenti per fronteggiare sul mercato la speculazione. Il cosiddetto ‘fondo salva-stati’ (Efsf) è stato autorizzato del vertice europeo del 21 luglio a intervenire sul mercato dei titoli di Stato già circolanti, ma per avere tutte le autorizzazioni impiegherà vari mesi. La Banca centrale si è mossa dopo aver ottenuto il via libera dalla Merkel e da Sarkozy, cioè dai vertici politici di Germania e Francia. Sia quest’autorizzazione politica, sia gli acquisti di titoli italiani e spagnoli non saranno graditi ai teorici, ma l’urgenza non poteva essere rimandata. Per ora l’effetto dell’intervento è stato positivo e lo spread tra Btp e Bund si è ridotto. Speriamo regga".

Come giudica la missiva di Trichet e Draghi, nella quale si chiede all’Italia d’intervenire sui fronti della liberalizzazione, delle privatizzazioni e della riforma del lavoro?
"Pur non conoscendo nel dettaglio questa lettera, non trovo nulla di male nel dare consigli. Spetta poi alla politica accettarli o meno. Trovo però eccessiva l’interpretazione secondo la quale la lettera ha subordinato l’intervento della Bce all’adozione delle misure suggerite. Si tratterebbe di uno sconfinamento grave. D’altronde l’effetto è stato positivo: l’anticipo di un anno della manovra. I contenuti di tale manovra spetteranno poi al governo e al parlamento, opposizione compresa. Spero in quel clima di cooperazione che il presidente Napolitano è riuscito a far instaurare a luglio, in occasione della rapidissima approvazione della manovra economica. Bisogna tuttavia rilevare che il governo italiano nel suo insieme non ha peso nell’Ue, ad eccezione del ministro Tremonti che ha riscosso molti riconoscimenti, anche recenti, in sede europea".

All’"altalena" di oggi delle borse contribuisce anche il downgrading degli Usa?
"Certamente. Se l’Italia traballa gli Usa non stanno meglio. Con la differenza che questi ultimi sono tuttora il perno della finanza mondiale sia in quanto debitori, sia in quanto operatori, sia in quanto speculatori. Tant’è che la Cina, la grande creditrice degli Stati Uniti, ha chiesto garanzie al governo Usa. Il mondo sta davvero cambiando e nel XXI secolo la Cina non sarà seconda. Sembra di rivedere quel sorpasso che all’inizio del XX secolo gli Usa fecero sull’Inghilterra e il dollaro sulla sterlina. Ora il dollaro si avvia a perdere la sua supremazia e per ora la sola valuta concorrente sarebbe l’euro, se ci fosse nella Ue un vero governo confederale. In questo momento sarebbe migliore di un governo federale, che rischierebbe di finire ingessato dalla burocrazia".

La decisione di Standard & Poor’s sembra essere una bocciatura della manovra economica di Obama. È così?
"In parte. Ma rivela anche la chiara difficoltà del presidente statunitense, che non ha una maggioranza parlamentare. I mali dell’America richiedono che in quel Paese le famiglie s’indebitino meno, che l’equità sia più marcata, che si smetta di far leva sul detto ‘il dollaro è la nostra moneta ma il problema è vostro’".

La Ue va meglio degli Usa?
"La democrazia americana è in difficoltà mentre il modello europeo, maggiormente caratterizzato dalla solidarietà dinamica, ha davanti a sé un futuro di crescita più regolare, con meno debiti privati e maggiore equità. Inoltre in Europa si registra più competitività internazionale, perché la nostra bilancia commerciale è in pareggio mentre quella Usa si trova in pesante deficit. Va però ridotta nella Ue la spesa pubblica improduttiva; in Italia, in particolare, bisogna intervenire sui costi della politica".

Perché le agenzie di rating continuano ad essere nel mirino, ma al tempo stesso a condizionare mercati e governi?
"Le agenzie di rating fanno il loro mestiere, che nei tempi recenti ha causato una valanga di critiche tra cui quelle recenti, molto pesanti, degli Stati Uniti. Piuttosto, quando si tratta di valutare la solidità dei debiti pubblici degli Stati il compito dovrebbe essere affidato a soggetti di natura pubblicistica e non privatistica come le agenzie di rating. Andrebbero incaricate istituzioni come il Fondo monetario internazionale o l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), anche perché esse hanno una capacità di valutare gli Stati e i loro debiti pubblici che nessun privato può avere".