ECONOMIA

Equilibrio e saggezza

La "ricetta" per resistere alla speculazione

Un decreto legge "anticrisi" per porre un freno alla speculazione. È la proposta avanzata oggi dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, però, non trova entusiasta neppure la maggioranza. Nel frattempo prosegue l’altalena delle borse, dopo il crollo di ieri che ha visto in caduta libera soprattutto il settore bancario. Il SIR ne parla con l’economista Simona Beretta.

Prima la speculazione ha colpito le economie più "deboli", ora ha attaccato gli Usa e a "rischio" c’è pure la Francia. Cosa significa?
"Quando c’è un elemento di fragilità l’attacco speculativo lo accentua, e quindi rende ragionevole la speculazione stessa. Questa è la lettura più appropriata dell’ondata generalizzata a cui stiamo assistendo. Sono crisi che si autoavverano. Ad esempio se c’è un debito pubblico – e questo è un elemento di fragilità comune a tutti i Paesi – e scade un prestito, nel momento in cui c’è necessità di ricollocarlo entrano in gioco gli speculatori che, con il loro operato, riescono a fare buoni affari sfruttando la situazione. Quella che stiamo vivendo è chiaramente una crisi trainata dalle aspettative; una volta iniziata nessun operatore finanziario può ignorarla e tali aspettative sono destinate ad autoavverarsi a meno che non vengano messe in campo risorse ingenti…".

Di che tipo?
"Un tempo le banche centrali compravano il debito pubblico. Non era una buona soluzione, ma così facendo il debito non era un problema visibile e non preoccupava il governo di turno. D’altro canto, però, rendeva l’esecutivo irresponsabile sul fronte della spesa. È il caso dell’Italia negli anni sessanta e settanta. Adesso le banche centrali non operano più in questa maniera; c’è, è vero, una rete di protezione europea, ma non a questo livello".

Fino a quando può durare la speculazione?
"Normalmente dopo una crisi come questa osserviamo un ‘rimbalzo tecnico’, ovvero i prezzi dei titoli salgono: ricordiamo che quando si vende c’è sempre qualcuno che compra, e in questi giorni lo sta facendo a prezzi stracciati".

Dopo le economie nazionali, ora è la volta delle banche…
"Non sono due crisi diverse: le banche devono detenere risorse a fronte dei prestiti che fanno, e queste sono investite in attività finanziarie sicure come i titoli pubblici. Per questo se i titoli di Stato finiscono sotto attacco ne risente anche il settore bancario. Pensiamo, per esempio, alla crisi della Grecia: una faccia della medaglia mostrava la crisi del debito pubblico greco, ma l’altra celava una potenziale crisi delle banche tedesche, che avevano titoli del debito greco a garanzia dei prestiti. Era quindi totalmente prevedibile che, come conseguenza, la speculazione dopo i titoli di Stato attaccasse le banche".

Sotto i riflettori ci sono le grandi banche. E quelle di dimensioni più ridotte?
"Una banca piccola, se continua ad essere legata al proprio territorio, non subirà particolarmente le conseguenze della crisi, altrimenti condivide la sorte delle grandi banche. Generalmente, i piccoli istituti di credito sono i meglio attrezzati a resistere".

Ci sono banche a rischio?
"Questo non lo sa nessuno. Ricordiamo che nel recente passato sono state sovrastimate dalle agenzie di rating realtà fragili, mentre vi è stato il downgrading di altre che hanno certamente problemi, ma non sono in una situazione ‘fallimentare’. Se ci abituassimo a dare meno peso al brevissimo termine il problema non sarebbe lo spread tra Btp e Bund, ma semmai come vengono spesi i soldi del debito".

Il ministro Tremonti ha annunciato alcune manovre anticrisi, di cui si discuterà nei prossimi giorni: tassazione delle rendite finanziarie, taglio agli stipendi nel pubblico impiego, interventi sulle pensioni, maggiore possibilità di licenziare, riduzione dei costi della politica…
"La pubblica amministrazione è una macchina complessa e trovare soluzioni nel breve periodo comporta un’elevata possibilità di sbagliare. Ci vuole equilibrio e saggezza, e non lasciarsi prendere la mano. Nel riorganizzare l’apparato pubblico c’è un grosso valore simbolico, e un taglio che potrebbe essere gestito senza grossi contraccolpi è l’abolizione delle province. Ma non sono manovre da compiere ad agosto. Adesso, piuttosto, è importante porre un argine alle esagerazioni e agitarsi il meno possibile: se abbiamo la capacità di resistere la bolla speculativa si sgonfierà. Altrimenti c’è il rischio di peggiorare la situazione".