L'AQUILA
Conclusa questa sera la 717ª Perdonanza
"Questa basilica, ancora una volta, è divenuta meta di tanti fratelli e sorelle che hanno sperimentato com’è bello ritornare come il figlio prodigo nella casa del Padre. Quanti uomini e donne, anche quest’anno, si sono accostati, al sacramento della riconciliazione, hanno chiesto perdono a Dio e si sono sentiti pronti a riconciliarsi con i fratelli". Lo ha detto questa sera mons. Giuseppe Molinari, arcivescovo de L’Aquila, nell’omelia della messa di chiusura della Porta Santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio, in occasione della 717ª Perdonanaza celestiniana.
Aprire le mani e il cuore. Riflettendo sulla società di oggi, mons. Molinari ha notato che "sono giustamente denunciate le violazioni contro il comandamento ‘Non rubare’ e anche contro il comandamento ‘Non dire falsa testimonianza’. Ma già di fronte al comandamento ‘Non uccidere’ cominciano i distinguo". "E succede che un nostro connazionale ha sottolineato il prelato riferendosi alla mancata estradizione di Cesare Battisti dal Brasile all’Italia -, comprovato terrorista che ha ammazzato almeno quattro persone, goda della piena libertà e immunità in una nazione che pure si dice civile". Per questo, ha evidenziato, "la nostra riconciliazione con Dio non può essere frutto solo dei nostri poveri sforzi. È, innanzitutto, opera di Gesù Cristo. A noi è chiesto solo di aprire le mani e il cuore per accogliere questo preziosissimo e stupendo dono di Cristo crocifisso. Ecco il senso più vero, profondo e bello della Perdonanza".
Ogni gesto e parola siano semi di pace. L’arcivescovo ha anche ricordato la figura di Shahbaz Bhatti, ministro pakistano ucciso il 2 marzo scorso a Islamabad. "È stato assassinato ha detto mons. Molinari – l’unico cattolico nel governo Pakistano, che rivestiva l’incarico di ministro per le minoranze religiose. Bhatti lottava per cambiare le spaventose condizioni di vita dei cristiani, una delle minoranze perseguitate dalla maggioranza musulmana. Ho riportato questa testimonianza perché mi sembra giusto che guardiamo ai santi e ai martiri del nostro tempo. Shabbaz Bhatti è martire della carità", poiché "sapeva benissimo che la sua lotta per difendere i cristiani lo avrebbe portato al sacrificio della sua vita". Concludendo la sua omelia, l’arcivescovo ha auspicato che "questa festa della Perdonanza possa accompagnarci ogni giorno e illuminare l’intero anno che ci separa dalla prossima Perdonanza. Perché ogni nostro gesto e ogni nostra parola siano semi di pace e di speranza per tutti i fratelli e sorelle che incontreremo sulla nostra strada. E sarà anche, allora, una vera festa del cuore, che sarà più forte di ogni prova e di ogni sofferenza".
"Mettere al centro dell’esistenza l’imitazione di Cristo". È l’invito giunto il 28 agosto, dal card. Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, che ha presieduto la santa messa stazionale nella basilica in occasione del rito di apertura della Porta Santa per l’inizio della Perdonanza. "Nel 1215, quando nacque Pietro Angeleri, il futuro Celestino V ha ricordato il porporato -, era ancora vivo S. Francesco d’Assisi. I due Santi non si incontrarono mai, però l’eremita del Monte Morrone respirò il clima spirituale creato dal Poverello di Assisi, che scosse la società del suo tempo sposando ‘Madonna Povertà’". Pietro da Morrone "fu in perfetta sintonia con questa visione evangelica della vita e, proprio per questo, egli ha lasciato un solco profondo nella storia".
Il valore insostituibile di Dio. Inaspettatamente eletto Papa il 5 luglio 1294 e il 29 agosto incoronato pontefice nella basilica di S. Maria di Collemaggio", Celestino V lasciò in dono alla città de L’Aquila "la Perdonanza", "una straordinaria opportunità di rinnovamento spirituale attraverso l’invocazione del Perdono di Dio". Per capire il senso di questo "preziosissimo dono" il card. Comastri si è chiesto "cos’è che rende cattivi gli uomini, cos’è che li rende egoisti e rapaci, cos’è che fa scoppiare le guerre e la violenza, cos’è che spezza i vincoli indispensabili della fedeltà, cos’è che infanga la bellezza dell’amore, cos’è che distrugge la pace nel cuore e nel mondo, cos’è che rende omicida la mano degli uomini". La risposta è sempre la stessa: "L’infezione che ci rende cattivi e infelici è il peccato! Perché il peccato ci stacca da Dio e ci getta nella povertà pericolosissima del vuoto e della privazione dolorosa del senso della vita". Celestino V sapeva tutto questo e, pertanto, "volle lasciare come ricordo a questa città ‘la festa preziosa del Perdono’". "Oggi ha evidenziato il cardinale -, purtroppo, molti non capiscono più quale forza devastante possieda il peccato, perché non capiscono più il valore insostituibile di Dio.