UNIONE EUROPEA
Più politica comunitaria per superare la crisi
Sembra uno scherzo del destino che i progressi più importanti dell’Unione europea, nel suo cammino verso "un’unione sempre più stretta fra i popoli europei" (Preambolo del Trattato istitutivo, 1957), siano originati da profonde crisi del processo di unificazione. Nella crisi aumenta la pressione sui responsabili affinché cerchino soluzioni per un miglior funzionamento della "governance" di questa comunità transnazionale ancora incompiuta di cittadini e Stati.
La ragione di queste crisi ricorrenti del sistema dell’integrazione risiede nell’inadeguatezza della Costituzione su cui si basa detto sistema. L’attuale crisi finanziaria e di indebitamento degli Stati si è verificata perché con l’introduzione dell’Unione monetaria, avvenuta dodici anni fa, non è stata istituita contemporaneamente anche l’Unione politica, o perlomeno un’unione economica e finanziaria, dotata di istituzioni e procedure che potessero garantire uno sviluppo uniforme nell’Eurozona.
I governi degli Stati membri, preoccupati per la loro sovranità, non erano pronti a compiere un passo di tale portata. Ora sono costretti a farlo. Walter Hallstein, uno dei Padri fondatori della Comunità europea e primo Presidente della Commissione della Cee (dal 1958 al 1967) definiva come "logica delle cose" il principio che impone il progresso in base al motto "Quando si è in ballo, bisogna ballare". Questo principio, insito nell’opera di unificazione, deriva dall’"unità interiore della politica economica, che è più forte dell’arbitrio dei poteri politici".
Tuttavia, la logica delle cose non agisce nel senso di un automatismo. Il progresso necessario a causa della logica delle cose, che determina il superamento della crisi e in ultima analisi una nuova qualità del sistema politico, deve essere voluto, deciso e organizzato dalla politica.
Quanto ciò sia difficile è dimostrato dagli sforzi disperati dei governi dei 17 Paesi dell’Euro, volti a creare gli strumenti idonei a dominare la crisi e al contempo a garantire una gestione adeguata e sostenibile della politica finanziaria a livello europeo. La difficoltà è data anche dal numero di protagonisti che sono necessariamente obbligati ad abbandonare posizioni finora difese in modo deciso. Dal nucleo della loro indipendenza nazionale, devono cedere un altro pezzo di sovranità all’autorità comunitaria. E devono mettersi d’accordo sia sulla portata della rinuncia alla sovranità, sia alle relative misure istituzionali da porre in essere al riguardo. Infine, devono approvare una revisione dei Trattati europei con cui venga ulteriormente rafforzata l’unità di azione federale dell’Unione. Altrimenti non sarà possibile armonizzare la politica finanziaria e i bilanci dei diversi Stati membri e adeguarli alle esigenze dell’Unione monetaria.
Questa prospettiva presuppone tuttavia innanzitutto che gli Stati membri riducano drasticamente il debito eccessivo creato nel corso degli anni per comodità, leggerezza o avidità. Sotto la pressione dei mercati finanziari che richiedono interessi sempre più alti e insostenibili sui debiti, i Paesi più colpiti dall’indebitamento sono costretti a sanare i propri bilanci. I partner dell’Eurogruppo, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale offrono loro aiuto con garanzie e crediti. Si tratta, tuttavia, di un processo doloroso, che implica riforme e tagli alle spese che comportano la diminuzione di prestazioni e l’aumento della pressione fiscale. E se, dopo la cura, si dovesse intravedere il ritorno della concorrenzialità e un nuovo benessere, esiste comunque il pericolo di una stagnazione della crescita economica. Ciononostante, i Paesi dell’Euro con un indebitamento eccessivo dovranno percorrere questa strada, se intendono partecipare anche in futuro alla divisa comune senza pregiudicare l’opera dell’unità europea.
Gli sforzi intrapresi a livello nazionale sono incoraggianti, sebbene la disponibilità e la capacità di compiere quanto necessario siano diversi da Paese a Paese. In base al principio della logica delle cose, si può pertanto prevedere che, anche a livello europeo, vengano approvate le riforme proposte e già decise per la realizzazione di un’Unione economica e finanziaria.