XXV CEN
L’incontro sulla Terra Santa
"Non avevano ancora capito che senza Gesù non potevano andare da nessuna parte". Con queste parole padre Innocenzo Gargano ha commentato il brano di Giovanni 6,16-21, dove si racconta l’episodio di Gesù che cammina sulle acque, dopo la tempesta che aveva travolto la barca dei suoi discepoli. "Travolti dall’entusiasmo della folla" scaturito dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci, questi ultimi ha sottolineato il biblista, nella "lectio" svoltasi il 1° settembre al Teatro delle Muse di Ancona, nell’incontro dedicato alla Terra Santa sono il simbolo di un popolo che voleva "il riscatto politico della loro terra" e che rimane "scioccata" dalla decisione di Gesù di sottrarsi alla pressione della folla e di ritirarsi da solo a pregare sulla montagna. Presi dallo "sconforto" e dalla delusione, i discepoli prendono la prima barca per tornare a riva, ma rimangono travolti dalla tempesta, preda della paura e delle "tenebre", simbolo "dell’oscurità del cuore e della mente, che può avere a che fare con l’l’incredulità". Con la discesa di Gesù verso il mare, ha spiegato padre Gargano, i discepoli "riceveranno il dono di superare la loro debole umanità", perché Gesù, "senza che loro lo avvertissero, si è lasciato avvolgere dalle tenebre per allontanare in loro ogni paura".
Una comunità "ferita, ma vera". "La prima testimonianza che i cristiani in Terra Santa sono chiamati a dare è quella dell’Eucaristia". Lo ha detto padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, soffermandosi sulla condizione e il ruolo dei cristiani nella terra di Gesù. "L’unica cosa che non possiamo permetterci ha detto è di tralasciare l’Eucaristia, che non è solo una celebrazione, ma anche uno stile di vita. Siamo chiamati a testimoniare il perdono, la riconciliazione, la consegna, la solidarietà all’umanità". "Noi cristiani di Terra Santa ha proseguito il Custode siamo una realtà ferita. La divisione è una ferita molto aperta, in qualche modo è una controtestimonianza: è molto difficile testimoniare l’Eucaristia, l’unità, lavarsi i piedi l’uno con l’altro quando si è divisi". Nonostante ciò, ha sottolineato il religioso, la comunità cristiana in Terra Santa "è una comunità ferita, ma vera, sincera: tutte le comunità vivono insieme". "Questa testimonianza ha assicurato il relatore non è scontata, è una testimonianza attesa. Non è facile, ma è l’unica novità che noi cristiani ancora oggi, a distanza di migliaia di anni, possiamo dare in Terra Santa. Con i nostri limiti, ma con un eccesso di carità che è concreto".
Eucaristia e carità. "La frequenza dell’Eucaristia rafforza la carità". Così Agostino Borromeo, governatore generale dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro, ha sintetizzato l’impegno dell’organismo sottoposto alla Santa Sede in Terra Santa, nell’incontro dedicato a questo tema al Teatro delle Muse di Ancona, e al quale hanno partecipato circa 500 dame e cavalieri aderenti. "Un autentico itinerario spirituale non può non comprendere anche la carità", ha proseguito il governatore generale illustrando l’impegno dell’Ordine in un’area che comprende Cipro, Israele, i territori palestinesi con la Striscia di Gaza, la Giordania e dal 2009 anche il Libano e l’Egitto. Molto consistente il sostegno dell’Ordine alle istituzioni scolastiche e culturali, tra cui spicca quello all’Università di Betlemme, l’unica università gestita da cattolici in Terra Santa. "I due terzi degli studenti sono musulmani, e più della metà sono ragazze", ha ricordato Borromeo sottolineando l’"importante funzione sociale" svolta dall’ateneo. "Rafforzare la pratica della vita cristiana", e in particolare la pietà eucaristica: questo lo scopo principale dell’Ordine, di cui ha parlato mons. Luciano Giovannetti, Gran Priore della luogotenenza per l’Italia Centrale, che ha esortato a chiedersi "se nelle nostre chiese c’è ancora la devozione per l’Eucaristia".
La Parola e lo spezzare il pane. "Viviamo in un mondo fatto di parole, in cui aumenta la comunicazione ma nello stesso tempo aumenta sempre di più l’incomunicabilità". A mettere l’accento su questo paradosso è stato mons. Cesare Nosiglia, vescovo di Torino, nell’omelia della messa celebrata nella cattedrale di san Ciriaco ad Ancona, e cominciata con il corteo delle dame e dei cavalieri dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro, le dame in nero con la mantella e il velo, i cavalieri in mantella bianca e copricapo nero. "La parola di Gesù è forse la più piccola, ma è quella che ti entra nel cuore, che ci dà calore, perché è l’unica che rispondere agli interrogativi, anche i più incomprensibili, della vita dell’uomo", ha detto il presule commentando il brano evangelico dei discepoli di Emmaus. Affinché però i due viandanti riconoscano Gesù, "ci vuole qualcosa di più, lo spezzare il pane", segno che "non si può vivere senza Eucaristia", perché in essa "c’è la pienezza della Parola, dello Spirito fatto carne". Quella delle origini, ha spiegato mons. Nosiglia, è "una Chiesa di comunione e di unità, che vive della logica dello scambio di doni", fatta di "comunione e carità". "Nell’Eucaristia ha concluso il vescovo il Signore ci dà la sua presenza per rendere più umano l’umano, più forte l’amore, più intensa la speranza. Noi credenti lavoriamo nel mondo non solo per renderlo più umano, ma per renderlo più divino, facendo dell’Eucaristia una via di autentica promozione umana e sociale".
a cura di M. Michela Nicolais inviata SIR ad Ancona