DEMOCRAZIE A CONFRONTO
Per carenza di partecipazione, responsabilità e organizzazione di consenso
"Le rivolte della cosiddetta primavera araba hanno innescato processi di trasformazione che meritano di essere brevemente studiati, non solo o forse non tanto alla luce del rapporto tra istituzioni di potere e società civile (anche se questi ne vengono inevitabilmente coinvolti), quanto alla luce delle possibili nuove forme di democrazia che potrebbero innescare". Lo ha detto Massimo Campanini (Università di Napoli), intervenuto al convegno internazionale "Democrazie a confronto" che si è chiuso ieri, 11 settembre, a Recoaro Terme su iniziativa dell’Istituto Niccolò Rezzara di Vicenza.
La "debolezza" della primavera araba. Secondo lo storico, "un primo elemento comune ed essenziale" è che tali rivolte "sono state spontanee, trasversali e acefale". Tre peculiarità che prefigurano "non solo la contestazione dei regimi vigenti, ma anche un progetto di democrazia che si fonda sull’alternativa della moltitudine e su nuove forme di sovranità". Queste ultime, "fondate sullo spontaneismo delle masse, sembrano rinunciare a riferirsi a strutture organizzate di tipo partitico". Ma proprio qui, sottolinea, "emerge un elemento di grave debolezza" poiché "senza una organizzazione partitica che diriga e organizzi le masse", i movimenti vanno incontro "a due rischi pericolosi: quello di vagolare senza meta e di non riuscire a concretizzare su un effettivo piano politico le richieste avanzate dai moti; quello di poter essere infiltrate da agenti provocatori e reazionari e dunque manipolate da interessi che non sono i loro".
Rischio ingovernabilità. "La crisi globale apertasi nel 2008, e ancora oggi lontana da qualsiasi scenario di risoluzione", "viene a mostrare secondo Damiano Palano (Università Cattolica di Milano) come i rischi di ‘ingovernabilità’ non siano affatto tramontati. Da un lato, le democrazie occidentali appaiono incapaci di estrarre risorse da attori economici e flussi finanziari sempre più sfuggenti e sempre più rilevanti nell’influire sulle grandi dinamiche mondiali. Dall’altro, si trovano sempre meno in grado di istituire solide intermediazioni con gli attori di una società fluida e magmatica, in cui la partecipazione non è più strutturata e incanalata da strutture organizzative radicate". Proprio per questo, "i margini di rischio e ingovernabilità cui sono esposte le nostre democrazie sembrano addirittura destinati ad accrescersi nei prossimi anni". "La partecipazione e la responsabilità, in democrazia, stanno o cadono insieme. La democrazia stessa regge, crolla, o si trasfigura in qualcosa d’altro, nella vicinanza o nella distanza tra la partecipazione e la responsabilità", avverte Franco Riva (Università cattolica Milano), che di fronte alla "disaffezione reciproca tra la responsabilità e la partecipazione" invita a "ricordare cosa c’è in gioco. Ed è sufficiente un richiamo: la responsabilità è parola ‘etica’ che dice degli altri prima che di sé" e "rinvia alla partecipazione".
Società civile e sussidiarietà. "La sussidiarietà può legare (e supportare) democrazia e società civile". Ne è convinto Gian Candido De Martin (Luiss Roma), secondo il quale la sussidiarietà è "elemento costitutivo della democrazia sostanziale: come antidoto sia ai fattori di crisi nel rapporto tra istituzioni politico-democratiche e società civile, sia a visioni pan-liberiste o laburiste". Di qui "l’esigenza di concretare il disegno costituzionale sulla sussidiarietà (come sancito nella riforma del titolo V), con una ‘rivoluzione’ soprattutto nell’organizzazione e gestione della Pubblica amministrazione", e "l’esigenza di formazione alla democrazia sussidiaria (e solidale), ossia a una gestione responsabile e competente delle autonomie e degli spazi pubblici aperti alla società civile nell’orizzonte della Costituzione (e della dottrina sociale della Chiesa)". Per rivitalizzare "una democrazia malata (sia per evitare lo strapotere della maggioranza sia per innervare la società civile di strumenti di dialogo/cooperazione/integrazione in una realtà sempre più plurale)", anche De Martin auspica "un nuovo impegno partecipativo".
Relazioni internazionali. "Democratizzare le relazioni internazionali significa" costruire una democrazia internazionale "che si fondi non più sulla somma delle democrazie interne ma sulla natura stessa dei rapporti internazionali", ha precisato Carla Meneguzzi (Università di Padova). Poiché la globalizzazione "non ha portato alla mondializzazione della democrazia", la riforma dell’Onu, dei suoi organi principali e delle organizzazioni internazionali e regionali "rimane tuttora tra le priorità, ma la discussione si perde nelle proposte, mentre l’insieme degli Stati membri appare profondamente diviso" evidenziando "deficit democratico" e "incapacità di decidere". Per Meneguzzi, la democrazia "nella sua dimensione internazionale è un processo piuttosto che un insieme di norme e procedure". Pertanto, costruire sulla "democratizzazione dei rapporti internazionali implica dialettica politica continua, coerenza di proposte e soluzioni istituzionali", impegno "dei singoli Stati a praticare la cooperazione e la solidarietà".
Tempo di ricostruzione Il contributo della Chiesa
La Chiesa è "testimone di comunione" e "può dare molto alle democrazie". Ne è convinto il card. Josè Saraiva Martins, ex prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che il 9 settembre ha tenuto a Recoaro Terme (Vicenza) la prolusione del convegno internazionale "Democrazie a confronto", promosso dall’Istituto Niccolò Rezzara (fino all’11 settembre). La Chiesa, ha spiegato il cardinale, "è una comunione che non coincide con la società civile o con le istituzioni; comunione spesso alternativa ed esemplare" e fatta di "solidarietà, soprattutto a partire dai membri più bisognosi" che al suo interno hanno "un innegabile primato". In apertura dei lavori è stato letto il telegramma di Benedetto XVI al vescovo di Vicenza mons. Beniamino Pizziol. Nel messaggio, a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, il Papa ha formulato l’augurio che l’iniziativa potesse rinsaldare "nei partecipanti l’adesione ai valori spirituali per promuovere autentica legalità, bene comune e rispetto per la persona". Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato al convegno una medaglia quale suo premio di rappresentanza. Dell’importanza di "laicità includente", ossia di "un terreno condiviso per trattare da cittadini, credenti e non credenti, ciò che è accettabile e ciò che non lo è", ha parlato nel suo messaggio il segretario generale della Cei mons. Mariano Crociata.
Bisogno di umanità e speranza. Dopo il "primato della politica" che ha caratterizzato il Novecento, oggi, "in tempi di globalizzazione economica, si afferma invece il primato dell’economia", ha osservato il card. Martins, ma "le nostre società soffrono di una carenza di umanità. Ci vuole un tessuto di comunione che ridia il desiderio di stare con gli altri. Nelle nostre società umanamente impoverite, la Chiesa offre straordinarie risorse umane e spirituali". Inoltre, secondo il porporato, "in un momento in cui molti pensano che le differenze tra popoli e religioni siano grandi, la vita della Chiesa unisce genti di differenti origine etnica e lingua" e "rappresenta un’internazionale che attraversa tutte le nazioni della terra. La Chiesa non è straniera per nessun popolo e nessun popolo è straniero per la Chiesa", e proprio perché essa "è una comunione, può dare molto alle democrazie". In "questo tempo di globalizzazione ma anche di localismi e lacerazioni profonde, tutti sentiamo il bisogno di una nuova civiltà", di "speranza", di "umanità e sapienza". "Essendo se stessa, la Chiesa è la conclusione del card. Martins aiuta le società democratiche ad essere giuste, umane, solidali".
Dal "servizio" al "potere". L’uomo e la sua dignità e il bene comune sono stati al centro della riflessione di mons. Beniamino Pizziol. "Se pensiamo al degrado del costume, alla mentalità rivendicativa, all’indifferenza di fronte alle situazioni disumane, ai delitti contro la vita", oggi "è difficile parlare di sviluppo di ‘tutto’ l’uomo", ha osservato. "La stessa società politica sembra insensibile o incapace di risposte di fronte ai molti casi di povertà e ai problemi religiosi, compresa la libertà religiosa. Se poi pensiamo alla dignità di ‘ogni’ uomo, risultano mortificanti le discriminazioni nei confronti dell’immigrazione e scandalosa l’insensibilità nei confronti di un Terzo mondo condannato, a quanto sembra, al sottosviluppo". Con riferimento al bene comune, secondo mons. Pizziol, "dire che le politiche degli Stati siano guidate" da questo principio "è un controsenso, dato che all’idea di ‘servizio’ è subentrata l’idea di ‘potere’ con le conseguenti deviazioni". "Si capisce perciò ha concluso perché la democrazia sia in crisi o rischi di trasformarsi in qualche cosa d’altro".
Rifondare la partecipazione. Per lo storico Giorgio Campanini (Università di Parma), oggi occorre "rifondare e rendere nuovamente popolare nelle democrazie ‘mature’, come sono in generale quelle dell’Occidente l’attiva partecipazione alla vita politica, sulla base di alcuni valori di fondo, quali la solidarietà, il perseguimento della giustizia, la promozione della pace, un’equa ripartizione delle risorse". "Il buon fondamento della democrazia ha osservato suppone" che "il principio di maggioranza trovi una sua fondazione sulla larga partecipazione al voto. Al contrario, le democrazie ‘avanzate’, e qualche volta paradossalmente proprio perché ‘avanzate’, registrano vistosi fenomeni di astensionismo: una parte dei cittadini-elettori si autoesclude dalla vita politica" con la conseguenza di "istituzioni abbandonate" nelle "mani di ristrette élite politiche". Di qui l’appello a "rifondare e rendere nuovamente popolare" la partecipazione, "con un occhio attento a quei problemi del vasto mondo che un’ottica puramente nazionale rischia di lasciare in ombra e che invece è condizione necessaria perché la democrazia non diventi fine a se stessa e non perda" le sue stesse "ragioni di vita".