MANOVRA ECONOMICA

Un segnale da completare

L’Italia può diventare un laboratorio di un nuovo processo culturale e politico

Va in porto la manovra sui conti pubblici, che ha tenuto aperto il Parlamento e il dibattito politico per tutta l’estate. L’obiettivo è dare un segnale di efficienza e di prospettiva. Che indubbiamente va completata con quelle misure sistemiche che da un lato consolidino i risparmi, dall’altro diano segnali precisi per lo sviluppo e la coesione sociale, oltre che per la condivisione dei sacrifici da parte di tutti. Certo molto ancora è affidato ad un aumento della pressione fiscale, in un quadro in cui i consumi continuano a rimanere depressi, anche per un senso di complessiva incertezza, che non investe solo l’area meridionale dell’euro, ma l’insieme delle economie avanzate, o, più esattamente, mature del sistema euro-atlantico.
Qui probabilmente sta il vero nodo. E qui s’intrecciano i due orizzonti, che in questo momento sembrano inconciliabili, della finanza internazionale, che opera sull’attimo, senza alcuna apparente possibilità di controllo da parte degli attori statali, impegnati a medio-lungo termine nella ristrutturazione dei sistemi appunto di economia matura. Ne risulta una situazione complessiva di stallo, che l’Italia vive su una frontiera particolarmente esposta.
Il punto probabilmente è che non esistono ricette per uscire in tempi rapidi: la ristrutturazione sistemica comporta processi lunghi, rispetto ai quali l’impressione è che tutti facciano fatica, come dimostrano i dati sul consenso di tutti i principali leader dei grandi partner d’Italia. Proprio in concomitanza con l’approvazione della manovra sui conti sono stati diffusi i dati sulla natalità in Italia, che dimostrano proprio questa tendenza allo stallo. Cominciano a venire al pettine, infatti, i nodi della "questione demografica", indicatore sicuro dello stato complessivo del rapporto di una società con il futuro.
I tecnici diranno se, nei prossimi mesi, saranno necessarie altre manovre correttive e se l’area euro svilupperà gli ulteriori necessari strumenti di coesione. Certamente c’è una questione politico-istituzionale. Serve più direzione politica, ma serve anche una politica nuova per l’intera aera, rispetto ai trend degli ultimi anni. Se questo impegno non può essere opera di alcuni leader, serve un sistema, servono forze politiche in grado di assumersi questo compito con un respiro trans-nazionale, anche se nello stesso tempo capace di radicarsi nei diversi territori. È quello di cui è stata capace la democrazia cristiana e, in certa misura, il socialismo democratico negli anni Cinquanta. È quello che da troppo tempo ormai sembra essere venuto meno.
I tempi però incalzano e la gravità della situazione lo reclama.
L’Italia può diventare un laboratorio molto interessante per questo processo. Far virare lo spirito pubblico dalla contemplazione della crisi all’impegno e all’investimento può sembrare impossibile, nonostante le risorse presenti in campo siano molte e sane. Chi riuscirà a percorrere questa via avrà successo e consensi non effimeri.

Sir