L'ALTRA ECONOMIA

Essere in rete

Volontà di cambiamento per costruire il bene comune nel nostro Paese

Fare rete per costruire il bene comune. E, sullo sfondo, l’economia di comunione, nata 20 anni fa per iniziativa del movimento dei focolari e che oggi conta, in tutto il mondo, circa 800 aziende aderenti, delle quali 230 si trovano in Italia. Si è chiusa con quest’impegno la seconda edizione di LoppianoLab, laboratorio di "economia, cultura, comunicazione, formazione e innovazione", che si è tenuto dal 15 al 18 settembre al Polo Lionello Bonfanti, nella cittadella focolarina di Loppiano (Incisa Val d’Arno – Firenze), sul tema "Sperare con l’Italia. In rete per il bene comune nel 150° dell’Unità". Promosso dalla Cittadella internazionale di Loppiano e dal Polo Bonfanti, insieme all’Istituto universitario Sophia e al Gruppo editoriale Città Nuova, l’appuntamento ha chiamato a raccolta circa 3 mila partecipanti e 70 aziende italiane; 56 gli avvenimenti proposti.

Una chiara identità. "Fare rete" non può "essere disgiunto dall”essere rete’: non basta la logica dell’azione, il ‘fare’, non basta quindi una semplice ‘etica del fare’ se non c’è una chiara identità, una chiara missione, una chiara visione". Tracciando le conclusioni dei quattro giorni il direttore di "Città Nuova", Michele Zanzucchi, ha richiamato come l’identità focolarina e "l’ispirazione del carisma dell’unità" portino, appunto, a "essere rete" e agire di conseguenza. "Se il partecipare alla rete stessa e il cercare di mettersi in rete con altre reti è una spinta autentica e gratuita, le reti – ha sottolineato – diventano produttive, e alla fine se ne eredita anche un beneficio monetizzabile". Per "fare rete", ha aggiunto, ci vogliono "obiettivi precisi, una strategia e una comunione reale", "luoghi e strumenti in cui la rete sia visibile", nonché "un ascolto reale e profondo delle ragioni dell’altro e una reciprocità delle coscienze che appare essenziale per ritrovare quell’amore per la verità che sembra tramontato nel panorama politico, sociale, culturale di tanta parte d’italiani".

No all’imbarbarimento dei costumi. "Questo – ha precisato – è un chiaro messaggio rivolto all’Italia, più volte emerso in contesti e laboratori differenti". Dal richiamo a essere visibili e coltivare l’"amore per la verità" è venuta "l’esigenza anche di manifestare, di scendere in piazza, per mostrare l’esistenza di una società civile impegnata, responsabile e attiva che non vuole soggiacere all’imbarbarimento dei costumi". Un richiamo politico, quello riassunto da Zanzucchi, per il quale "è finito il tempo di resistere solamente, serve una testimonianza più sostanziale, bisogna mettersi in rete e manifestare pubblicamene questa comune volontà di cambiamento, nella costruzione del bene comune della propria città. Riprendere la propria voce di fronte alle istituzioni e al Paese". "Urge estendere la consapevolezza che l’omissione civica è un vero peccato sociale", ha richiamato il direttore di "Città Nuova", ricordando che si scende "in piazza" non come "manipolo d’indignati o di ribelli, ma costruttivamente, mettendosi in rete con altri soggetti, non solo cattolici, non solo religiosi, non solo politici".

Generazioni e media. Tra gli spunti emersi, l’invito a "ridurre i fossati" e "il gap tra le generazioni". "In un contesto – ha rilevato Zanzucchi – che non finirà certo domani di disoccupazione e di precarietà del lavoro, conferenzieri e spettatori hanno chiesto un impegno fattivo per ridurre questo fossato: che i ‘vecchi’ abbiano un atteggiamento di apertura e non di attaccamento alla poltrona, al posto, al posizionamento sociale, per guardare alla crescita dei propri figli, delle generazioni che seguono". Infine, l’attenzione "un’informazione responsabile", che non si chiuda "nel proprio ghetto" ma abbia "il coraggio di spaziare e aprirsi".

Vivere in questo tempo. A chiudere i lavori, domenica mattina, un convegno nazionale sul tema di LoppianoLab. Il sociologo Mauro Magatti ha evidenziato come l’unità e la ricomposizione sociale siano la direzione verso cui puntare oggi, "imparando" a decifrare questo nostro tempo. "Occorre per questo un cambio di mentalità – gli ha fatto eco il filosofo Adriano Fabris – e imparare a ‘comunicare relazioni’, creando spazi di dialogo che costruiscono il tessuto sociale del Paese". Dal governatore della Toscana, Enrico Rossi, la richiesta di un neo-umanesimo il cui orizzonte sia l’Europa e riunifichi culture diverse, per il quale la politica deve dare "il proprio contributo, mettendo al centro la persona e i suoi diritti". Per l’economista Luigino Bruni "realtà come il Polo Bonfanti o l’Istituto universitario Sophia sono le ‘esperienze del lunedì mattina’: testimoniano concretamente che è possibile vivere questo nuovo umanesimo in modo ordinario e quotidiano". E la politologa Daniela Ropelato, richiamando la necessità della relazione fra cittadini, in una convivenza costituita dalla ricchezza della società civile, ha posto in luce l’esigenza di "alimentare la sfera pubblica dove si ricompongono continuamente i beni comuni e dove ciascuno è chiamato a essere protagonista".