UE E CRISI ECONOMICA
Agire subito e insieme per evitare il crollo della casa comune
Sono sempre tornanti stretti quelli che si trova ad affrontare l’Unione europea. Nata sessant’anni or sono (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, 1951) per costruire un unico mercato economico, rischia ora di infrangersi nello sforzo di salvaguardare un’unica moneta. L’instabilità finanziaria generatasi in America con la crisi del 2008 ha indebolito l’economia reale dei 27 Stati aderenti all’Ue generando forte disoccupazione; ha inoltre fatto tremare i sistemi bancari e ha influito pesantemente sui conti pubblici nazionali. Non c’è Paese europeo che non si curi le ferite di un deficit altalenante e di un debito pubblico ingigantitosi nel giro di tre-quattro anni.Unire le forze. Di fronte a questi scenari occorre riconoscere che le istituzioni Ue – in particolare la Commissione e il Parlamento di Strasburgo – sono stati tra i primi soggetti a lanciare l’allarme e a individuare una possibile via d’uscita mediante una governance economica e finanziaria su scala sovranazionale. Il vero ostacolo su questa strada è stato però rappresentato proprio dai governi dei 27 Stati dell’Unione, preoccupati (comprensibilmente) di risolvere i problemi contingenti a casa propria più che di individuare correttivi concreti ed efficaci sul lungo periodo, percorrendo l’unica strada possibile: unire le forze, muoversi insieme. È stato detto e scritto mille e una volta, anche in sede di Consiglio europeo (dove siedono i capi di Stato e di governo Ue, il massimo organismo decisionale a Bruxelles): nessun Paese europeo è in grado di rispondere da solo alle sfide globali, dall’economia alle migrazioni, dal terrorismo fino alla sicurezza energetica. Ma alle parole non sono seguiti fatti coerenti.Mano tesa verso Atene. La questione-greca è emblematica in tal senso. Atene sconta colpe nazionali ma porta anche pesi insostenibili che derivano da quanto accaduto negli ultimi anni a livello planetario. Fardelli eccessivi gravano peraltro su altri Paesi europei, come Portogallo e Irlanda. Nemmeno Italia e Spagna possono stare tranquille. E fasi minacciose stanno turbando solide nazioni e solidi sistemi economici, dalla Francia al Regno Unito, dalla Danimarca ai Paesi Bassi, con ricadute occupazionali, bilanci statali in rosso, instabilità politica e ribaltoni elettorali. Se dunque la parola d’ordine è, attualmente, salvare la Grecia per salvare l’euro (e con esso la stessa Ue), domani il problema potrebbe riguardare Lisbona o Madrid e chissà chi altri.Passaggi istituzionali. I passaggi istituzionali per portare aiuto alla Grecia non sono mancati e già l’Ue (mediante la Banca centrale di Francoforte, la Commissione e in accordo col Fondo monetario internazionale) ha stanziato parecchi capitali. Adesso servono urgentemente altri 8 miliardi di euro per pagare stipendi e assicurare i servizi pubblici nel Paese mediterraneo, al quale si chiedono in contropartita ulteriori misure volte a tagliate le spese e a rimettere in sesto i conti pubblici. Occorre inoltre procedere rapidamente con il varo del fondo salva-Stati (Efsf, European Financial Stability Facility), che dev’essere sottoposto a ratifica nei 17 Stati che adottano la valuta unica (il parlamento tedesco voterà a fine settembre, ed è un passaggio fondamentale in questa direzione). Si dovrà poi procedere con l’individuazione di misure per sostenere la crescita: su questo punto è convocato il Consiglio europeo del 17-18 ottobre, anche in relazione al successivo appuntamento del G20 (3-4 novembre).Stati e statisti. Sono passaggi non indolori, da una parte (l’Ue che solidalmente deve pagare i conti della Grecia) e dall’altra (i cittadini greci chiamati a sacrifici veramente pesanti). Ma si tratta di decisioni necessarie, che anche la cancelliera tedesca Angela Merkel ha infine deciso di appoggiare (“se crolla l’euro, crolla l’Europa”), benché ciò le porterà quasi sicuramente conseguenze negative sul piano politico interno, dove il suo partito, la Cdu, e la coalizione che guida assieme ai Liberali, rimediano da mesi solo batoste elettorali. Del resto la caratura degli statisti sta nel guardare lontano, così come fece il predecessore Helmut Kohl, difendendo a spada tratta la scelta di creare la moneta unica. Tre corollari. In questo frangente si evidenziano tre corollari che non andrebbero sottovalutati. Sembra imporsi, in primo luogo, la necessità di una politica europea forte al suo interno e in grado di ritagliarsi uno spazio credibile sul palcoscenico mondiale. Solo così l’Ue può diventare un soggetto capace di dialogare “da pari” con Usa, Cina, India e gli altri giganti che emergono in questa fase storica. In secondo luogo si richiede anche agli Stati Uniti – e in particolare al presidente Obama – la virtù di guardare oltre i propri confini, oltre i propri interessi: la crisi mondiale si è generata negli States, e questo impone un surplus di responsabilità a stelle e strisce. Infine, per quanto riguarda le minacce che la Turchia sta rivolgendo a Cipro, Grecia e Ue: Ankara deve decidere da che parte stare. Il governo di Tayyp Erdogan ambisce a collocarsi tra i Paesi di levatura mondiale, contribuendo alla stabilità politica e alla pace internazionale (proseguendo fra l’altro il cammino verso l’Ue), oppure vuole rinchiudersi in un pericoloso recinto nazionalista?