ONU-PALESTINA
Intervista con Andrew Swan dell’Unpo
Con l’apertura, questa settimana, della riunione annuale dell’Assemblea Generale dell’Onu a New York, la richiesta palestinese di ottenere il pieno riconoscimento da parte delle Nazioni Unite come “Stato membro” sta entrando nel vivo. L’iniziativa del presidente dell’Autorità palestinese (Anp), Abu Mazen, è il risultato del fallimento di 20 anni di processo negoziale, crollato lo scorso anno quando Israele si è rifiutata di estendere una moratoria sulla costruzione degli insediamenti in Cisgiordania. Per capire ‘se e come’ un eventuale riconoscimento palestinese – più facile come ‘osservatore’ che come ‘Stato membro’, per l’annunciato veto statunitense – possa soddisfare le aspirazioni palestinesi, Daniele Rocchi, per SIR Europa ha intervistato Andrew Swan, della Segreteria generale dell’Unpo, l’Organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati (www.unpo.org), della quale fanno parte, tra i tanti, il Kosovo, il Kurdistan iracheno, popolazioni azere, circasse, turkmeni iracheni e aborigeni australiani. L’Anp non è un membro dell’Unpo.Che cosa significa per il popolo palestinese vedere il proprio Stato riconosciuto dall’Onu?“Il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite, anche se con uno status di ‘osservatore permanente non membro’ gioca un ruolo importante nel dare una voce a gruppi di persone o popoli altrimenti emarginati o privati di diritti dal sistema interno, in occasione dei dibattiti che influiscono sulla loro sicurezza, sulla loro prosperità e sul loro benessere generale. Il riconoscimento responsabilizza inoltre i leader e le relative amministrazioni ed incoraggia la rifocalizzazione delle energie per soddisfare i bisogni dei cittadini. Analogamente consente l’accesso formale ad istituzioni importanti, che possono fare veramente la differenza per le persone nella loro vita quotidiana ed in tempi di crisi”.Il riconoscimento e il conseguente cambio di nome da Territori Palestinesi a Stato palestinese significherà, in pratica, un cambiamento drastico della realtà attuale? Resta il fatto che l’occupazione israeliana rende lo Stato Palestinese uno stato ‘non sovrano’…“Il cambiamento di nome avrà un impatto assai minore dell’effettivo e reale riconoscimento che sarà esteso allo Stato Palestinese dagli altri stati riconosciuti, sia nella regione che oltre. Il parziale riconoscimento del Kosovo si è dimostrato abbastanza forte ed adeguato da fornire allo stato nascente supporto nelle necessità e gli sponsor internazionali necessari a sostenere la realizzazione delle proprie strutture. Sembra improbabile che uno stato Palestinese qualsiasi possa avere i mezzi o la necessità di occuparsi della cosiddetta ‘diplomazia del dollaro’ se riesce a procurarsi il riconoscimento e il sostegno significativo dei Paesi confinanti e della comunità internazionale. L’occupazione israeliana potrebbe de iure impedire la sovranità di uno stato Palestinese, ma non impedirà ad un’autorità Palestinese di esercitare autorità sul territorio che essa amministra. È molto probabile che la questione dell’estensione della sua autorità a queste zone occupate diventi il primo compito dei rappresentanti di qualsiasi nuovo stato, ma, come è stato dimostrato dal Kosovo e da altri Paesi, questo compito potrebbe protrarsi nel tempo, specialmente se i sostenitori dello Stato riusciranno ad incoraggiarlo a concentrarsi sulle questioni e sui problemi interni, sulla costruzione dello Stato e delle risorse”.Tale riconoscimento potrebbe riaprire delle trattative o provocare forti reazioni da parte di Israele?“Il riconoscimento potrebbe aprire nuove opportunità di investimento per uno stato Palestinese ed esporre i suoi rappresentanti ad un maggiore coinvolgimento nelle questioni e nei forum internazionali non direttamente correlati alle questioni palestinesi, ma è anche probabile che le reazioni siano contrastanti, con una posizione di irrigidimento da parte di Tel Aviv. Ma una forte presa di posizione potrebbe anche fornire la facciata dietro la quale può esserci un coinvolgimento nelle questioni difficili della sicurezza, dello sviluppo economico e dei rifugiati. Una volta assorbite le questioni reali, compresa la possibilità di elezioni israeliane nel 2013 o prima, il panorama politico potrebbe spostarsi e far posto a tali questioni, e tutto questo rende difficile valutare una previsione su chi possa essere in grado di trattare e con chi”.Quale ruolo potrebbero giocare le Chiese locali dopo questo riconoscimento?“Se il riconoscimento porta con sé gli obblighi internazionali nei confronti delle varie libertà di espressione, compresa quella religiosa, le chiese locali possono trovare rassicurazione. Anzi, le chiese potrebbero avere un ruolo importante da svolgere nella creazione di strutture che possono promuovere l’armonia sociale, salvaguardare la multiculturalità e proteggere la società civile nella sua forma attuale. L’esperienza delle chiese di tutto il mondo può davvero rivelarsi una risorsa preziosa cui attingere per qualsiasi nuovo Stato”.Cosa pensa del voto e della posizione dell’Ue in merito alla richiesta dell’Anp?“La posizione dell’Ue appare divisa, ci si aspetta che molti Paesi della cosiddetta ‘Vecchia Europa’ siano a favore del riconoscimento, ma possiamo probabilmente aspettarci delle riserve da parte di alcuni Paesi, come la Spagna o la Grecia. Questi Paesi si sono dimostrati cauti nei casi di autodeterminazione, a causa delle questioni interne che si verrebbero a creare per la loro governance nazionale. Resta da vedere come questo influirà sulla posizione dell’Ue rispetto al Quartetto (Onu, Ue, Russia e Usa), ma sembra che ci siano delle tensioni, anche se fino a questo punto sono state tenute segrete”.