JÓZSEF MINDSZENTY

La croce e l’anello

Quaranta anni fa la fine dell’esilio in patria e l’incontro con Paolo VI

All’alba del 28 settembre di quarant’anni fa finiva il secondo capitolo del calvario di József Mindszenty, iniziato nei giorni drammatici della rivolta ungherese del 1956, quando il cardinale primate d’Ungheria era stato costretto a chiedere ospitalità all’ambasciata degli Stati Uniti a Budapest per sfuggire alla cattura da parte delle autorità comuniste. Era ancora in vigore, infatti, la condanna all’ergastolo inflittagli sette anni prima al termine del processo farsa del 1949: sette anni di carcere duro, tra torture fisiche e morali di ogni genere. Il primo capitolo, quello più terribile e tragico, di un lungo calvario.La concessione dell’ospitalità fu autorizzata telegraficamente nel giro di mezzora dallo stesso presidente Eisenhower. Quindici anni sarebbe durata la permanenza di Mindszenty relegato in una stanza della rappresentanza diplomatica americana a Budapest. Libero, formalmente, ma pur sempre ospite; e ospite “ingombrante” a volte, specie negli ultimi anni, per via delle inevitabili implicazioni politiche del suo caso.Il terreno per arrivare a una soluzione della vicenda fu abilmente sondato e preparato da mons. Agostino Casaroli, l’artefice della Ostpolitik, ma toccò a mons. József Zágon, prelato ungherese da tempo al servizio della Curia romana, condurre le ultime trattative per conto della Santa Sede a partire dal giugno 1971. Si trattava non tanto di negoziare ancora con le autorità ungheresi, a quel punto disposte a concedere la “grazia” – peraltro sdegnosamente rifiutata da Mindszenty – per chiudere il caso e liberarsi di un personaggio scomodo, quanto di convincere il cardinale, contrario a qualsiasi forma di patteggiamento con il governo comunista (e ne aveva ben ragione!), ad accettare il sacrificio di lasciare l’Ungheria e stabilirsi in Vaticano o in altra nazione al di là della cortina di ferro. Fu raggiunto un compromesso (impegnava la Santa Sede, non Mindszenty) e fissata la data della partenza per Roma: 28 settembre 1971. Scelta non casuale: due giorni dopo si sarebbe aperta in San Pietro la seconda Assemblea generale del Sinodo dei vescovi.”Alle 8.30 – racconta Mindszenty nelle sue Memorie – scesi la scala che portava al piano terreno tra due ali d’impiegati dell’ambasciata. Uscii dal portone sulla Piazza della Libertà con l’ambasciatore Puhan. Gli porsi la mano, poi distesi le braccia e benedissi la capitale e tutto il Paese. Salii con monsignor Zágon sull’automobile del nunzio di Vienna, mons. Rossi; nell’altra vettura presero posto un medico e mons. Cheli. Così, accompagnati dalla polizia segreta, abbandonammo in silenzio Budapest. Dirigendoci verso Györ, raggiungemmo il confine. Vicino a Hegyeshalom gettai uno sguardo attraverso il finestrino dell’automobile alla ‘cortina di ferro’ e ne rimasi scosso”. È l’ultimo, amaro saluto alla terra magiara.Sono le 13 a Vienna, quando l’aereo dell’Alitalia decolla alla volta di Roma con a bordo il cardinale e i suoi accompagnatori ai quali si è unito mons. Casaroli. Il “regista” di tutta l’operazione era ad attendere Mindszenty nell’aeroporto. All’arrivo a Roma è il segretario di Stato, card. Villot, a salire per primo sull’aereo per dare il benvenuto al primate d’Ungheria. In Vaticano il Papa attendeva alla Torre di San Giovanni. Paolo VI abbracciò commosso Mindszenty, si tolse il suo anello e lo infilò al dito del cardinale, si levò la sua croce pettorale e gliela mise al collo, poi gli diede il braccio per accompagnarlo nel suo appartamento.”È tra noi – dirà Paolo VI alla messa inaugurale del Sinodo, nella quale lo aveva voluto alla sua destra come concelebrante -, giunto in questi giorni a Roma, dopo tanti anni di forzata assenza, il venerato fratello nostro, il signor cardinale József Mindszenty, arcivescovo di Esztergom, in Ungheria, desideratissimo nostro ospite… quale esempio d’intrepida fermezza nella fede e d’infaticabile servizio alla Chiesa, con l’opera generosa dapprima e poi con un vigile amore, con la preghiera e con la prolungata sofferenza”.Era finito quel secondo capitolo ma non le sofferenze per l’eroico card. Mindszenty. Si apriva il terzo capitolo, quello forse più doloroso del suo calvario, perché implicava l’esilio definitivo, l’impossibilità di rivedere la sua Ungheria, la rinuncia, imposta per il bene supremo della Chiesa, al titolo e all’ufficio di arcivescovo di Esztergom. Il 5 febbraio 1974, dopo uno scambio di lettere col cardinale, Paolo VI doveva giungere all’unica determinazione percorribile: dichiarare vacante la sede primaziale di Esztergom e decaduto l’arcivescovo Mindszenty. Una decisione sofferta, quella del Papa, presa con la morte nel cuore. Una decisione che aggiungeva altre sofferenze e amarezze al lungo calvario del primate ungherese, tanto da spingerlo a rilasciare alcune precisazioni. Ma, come ebbe a dichiarare tempo addietro al SIR il card. Silvestrini, “la scelta sofferta del Papa fu dettata dal bene supremo della Chiesa, che può esigere talora sacrifici ugualmente supremi. Quella di Mindszenty fu una croce che Paolo VI volle prendere su di sé”.