RASSEGNA DELLE IDEE
Una riflessione “letteraria” di László Földėnyi su “Vita e pensiero”
Gli autori contemporanei sembrano ignorarlo, ma una letteratura che voglia dirsi “europea” deve mantenere viva la ricerca di trascendenza, ossia l’apertura dell’uomo alle domande metafisiche. Questa, in sintesi, la tesi dell’ungherese László Földėnyi, docente di letteratura europea all’Università statale di Budapest e membro ordinario dell’Accademia tedesca di lingua e letteratura, che in uno studio pubblicato su “Vita e pensiero”, bimestrale di cultura dell’Università cattolica del Sacro Cuore (Italia), afferma il “bisogno di metafisica” della letteratura del nostro continente, pena il suo declino.Il triplice volto dell’ “uomo europeo”. Ripercorrendo l’evolversi e le contraddizioni delle peculiarità che hanno reso “europea” la letteratura prodotta nel Vecchio continente, a partire dal mito di Europa nelle “Metamorfosi” di Ovidio fino ai testi del XX secolo, Földėnyi sostiene che “la storia dell’Europa è la storia della scoperta dell’umano – di quello che, come minimo, sarà chiamato ‘uomo europeo’ e che è stato la principale figura della letteratura del continente”. Un uomo che “può essere trovato in Ulisse e in Leopold Bloom, in Achille e nel sempre assente Godot, in Edipo e in Josef K”. A differenza delle letterature di altri continenti, sottolinea lo studioso, “quella europea trova un uomo” con un triplice volto: “divino, umano e cosmico”, nel quale “possono essere identificate le tracce di un essere metafisico”. La letteratura europea “può essere tale quando queste tre facce si sovrappongono reciprocamente. Quando esse compaiono separatamente l’utilizzo del termine ‘europeo’ inizia a indebolirsi”. Tuttavia, avverte l’autore dell’articolo, “il processo di disintegrazione è una minaccia sempre presente. Non solo a causa dell’accelerazione del processo di secolarizzazione, ma già prima di esso”.Difendere la libertà. Per Földėnyi, dunque, “la letteratura europea inizia con la nascita di un uomo che si apre alle domande metafisiche. E parallelamente alla graduale sparizione di un uomo simile, pure questa letteratura va verso il declino”. Un processo avviato già alla fine del XVIII secolo e che “verso la fine del secondo millennio è sembrato subire una marcata accelerazione”. Eppure, secondo lo studioso, compito della letteratura “è sempre stato nutrire i legami metafisici dell’uomo”. Di qui il riferimento ad un percorso iniziato “con i greci e con i romani” e scandito, tra l’altro, dall’epica medievale e dalla poesia del Rinascimento italiano, dalla letteratura elisabettiana e dai classici francesi, dal romanticismo, dall’epica otto-novecentesca in Inghilterra e in Francia, dai “grandi innovatori del XX secolo, da Kafka a Beckett, da Proust a Gombrowicz”, senza tralasciare “i grandi russi” come Gogol e Cechov, Dostoevskij e Tolstoj. “Una letteratura – precisa Földėnyi -, che non è europea perché scritta in questo continente, ma piuttosto perché è stata intessuta con lo spirito della metafisica europea”. Ed oggi il suo compito non è più nutrire i legami metafisici dell’uomo, bensì “difenderli, se necessario con la forza”; in altri termini “difendere la libertà dell’uomo nell’ambito dell’Europa”.Letteratura “verticale”. “Ma perché – è l’interrogativo centrale della riflessione – dovremmo aspettarci qualcosa da quella letteratura che il mondo globalizzato rigetta in maniera sempre più aperta? Perché dovremmo difendere il sentimento per la metafisica in un’epoca” che “desidera liberarsi sempre più chiaramente da ogni legame metafisico?”. Perché, è la risposta di Földėnyi, “senza la misura e senza la moralità, senza alcuna conoscenza del suo posto nel cosmo, l’uomo non si prende a cuore nulla, e invece di influenzare attivamente gli eventi, rimane alla loro mercé”. Nel XX secolo, prosegue lo studioso, “la letteratura europea ha obiettivamente fallito”; è stata “incapace di prevenire l’accadere dei vasti crimini” del Novecento ed oggi, “soggetta anch’essa alla logica della società consumistica” e della globalizzazione, c’è da chiedersi “se sia ancora possibile parlare di letteratura europea” di fronte al sorgere di un genere letterario che aspira a soddisfare non “bisogni genuini” bensì “artificiali”, creati appositamente per ragioni di mercato. L’Europa, avverte, “è a un bivio. Essa offre il suo spirito all’estero come se gli interessi e le aspettative europee fossero sul piatto. La sua letteratura ha assunto la maschera della letteratura globale”; tuttavia “questo spirito è ferito ma non distrutto”. Richiamando il pensiero di Leszek Kolakowski (filosofo polacco, 1927 – 2009, ndr), Földėnyi sostiene che, nonostante le spinte culturali contrarie, l’uomo “è condannato a fare i conti con la metafisica dal momento in cui è nato, non fosse altro” che per “darsi una ragione della propria mortalità”. Se “la letteratura globale è orizzontale”, conclude, “quella europea è verticale”. Per questo “una letteratura che voglia chiamarsi europea ha un compito solo: mantenere viva questa ricerca di trascendenza”.