EDITORIALE
Crisi economica o del buon senso?
La crisi economica e finanziaria che non smette di approfondirsi e di allargarsi, sembra sfuggire ad ogni volontà politica e soprattutto al buon senso, al concetto di bene comune. Fino a qualche tempo fa (sarebbe utile potere datare il momento della svolta) l’attività economica era regolata dagli equilibri tra il lavoro, gli investimenti finanziari, il successo della produzione e della commercializzazione. Un’azienda era prospera se produceva bene e vendeva bene. Il sistema era regolato dagli Stati che avevano introdotto leggi sociali per proteggere i lavoratori e leggi economiche per proteggere le produzioni nazionali o al contrario liberalizzare la circolazione delle merci. Si trattava di un’economia reale, basate sul lavoro degli uomini e su produzioni concrete. Il controllo statale aveva fatto nascere il concetto di economia sociale di mercato, sviluppato in Europa negli anni 1950, dai partiti democratici cristiani. L’ideologia liberale, che non è migliore dell’ideologia marxista, è riuscita a far cadere tutti i quadri, e in un contesto di individualismo sfrenato, siamo entrati nell’era dell’economia virtuale. Il valore di una ditta, o di una nazione intera non viene più dai suoi uomini, dalle sue produzioni, ma da calcoli strani, la cosiddetta speculazione che non si basa su niente di concreto, se non sulla ricerca di profitti inverosimili per alcuni attori del mondo della finanza. Il tutto incoraggiato dalle ormai famose agenzie di rating che si sono autoproclamate come una specie di guru dell’economia, oracoli del dio denaro, della dea speculazione. Nessuno sa cosa rappresentano, su quali basi esattamente lavorano, ma basta che decidano di assegnare un giudizio, in basso o in alto, e subito centinaia di migliaia di persone si trovano nei guai senza sapere perché. È un disprezzo totale della democrazia, perché tali agenzie non tengono in nessun conto né le politiche degli Stati, né i dibattiti parlamentari, né le elezioni. Altrettanto accade nei confronti di una realtà articolata come è l’Unione europea che, comunque, tenta di reagire.È una forma nuova di totalitarismo. Ma un totalitarismo senza viso perché nessuno conosce, salvo gli specialisti, i capi di queste agenzie, né gli impiegati, né i loro metodi, e ancora meno la loro competenza per dire chi deve pagare, chi deve sopravvivere. Un totalitarismo perché non hanno nessuna legittimità, perché nessun organismo statale o privato li controlla. Il controllo è la base di ogni funzionamento democratico. Tale situazione, anche in Europa, è stata raggiunta con la complicità dei politici che hanno abbandonato la politica.