territorio e internet

Velocità e lentezza

La relazione di mons. Pompili al convegno Fisc

Territorio e Internet non sono due realtà contrapposte; "se vogliamo essere una voce fuori dal coro dell’ovvio e identificare la voce del giornalismo cattolico con una lettura originale della realtà", sono "necessarie l’una e l’altra attenzione". È quanto ha affermato mons. Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, intervenendo oggi al convegno nazionale della Fisc (Federazione cui fanno capo 189 periodici cattolici), che si tiene a Cesena in occasione del centenario del "Corriere Cesenate", sul tema "Territorio e Internet: due luoghi da abitare".

Il respiro cattolico. "Il rischio oggi incombente – ha detto mons. Pompili – è quello delle false alternative. Una di queste sarebbe quella di scegliere tra il territorio e la rete". Invece, per il direttore dell’Ufficio Cei, occorre abbandonare "ogni logica contrappositiva" e riscoprire "quel profondo respiro cattolico che fa dell”et et’ e non dell”aut aut’ la chiave per capire. E noi, che siamo identificati come ‘periodici cattolici’, dovremmo ritrovare il gusto e la freschezza di quest’aggettivazione che non è semplicemente confessionale, ma evoca una prospettiva e chiama in causa una responsabilità" che "potrebbe aiutarci a ritrovare le radici del giornalismo cattolico e insieme acquisire delle ali, valorizzando al meglio la svolta tecnologica". Riflettendo sul tema del convegno, mons. Pompili ha osservato che "nel rapporto con il territorio emerge la virtù della lentezza, in quello con la nuova tecnologia la velocità. Entrambe vanno coltivate perché stanno o cadono insieme". Infatti, ha osservato il sottosegretario della Cei, "è nella tensione tra queste due posture, piuttosto che nella loro contrapposizione, che la nostra umanità si può realizzare".

Una sfida e un’opportunità. "L’era digitale – ha ricordato il direttore dell’Ufficio Cei – rappresenta una sfida e un’opportunità per la Chiesa oggi. Rispetto ad altri ‘attori’ dell’era digitale, la Chiesa ha un vantaggio: infatti essa può essere nella rete perché è fortemente radicata nei territori; può smaterializzare i propri interventi perché è profondamente incarnata nelle relazioni di prossimità e condivisione delle situazioni quotidiane, e molto meno di altri soggetti corre il rischio della virtualizzazione". Tra i "luoghi di questa sintesi" mons. Pompili ha citato "il portale della Cei", che "costituisce un vero e proprio snodo tra le rete globale" e "i territori concreti delle diocesi"; "tra la velocità dell’informazione in tempo reale" e "la ‘lentezza’ del legame fisico con i territori, fatto di appuntamenti segnalati che preludono a spostamenti, incontri, relazioni in compresenza, estremamente concrete e situate nello spazio e nel tempo delle comunità". Qui "il virtuale e il reale fanno sintesi e diventano due spazi contigui e sinergici, che consentono all’informazione di viaggiare più veloce e raggiungere più persone, ma anche alla partecipazione e alla condivisione di farsi più attive e consapevoli, oltre che più estese".

Parola e silenzio. Ma quale rapporto tra territorio e Internet? "Il web – ha evidenziato mons. Pompili – costringe i territori ad aprirsi. La stanzialità da sola favorisce infatti la chiusura difensiva verso le contaminazioni, un senso d’inferiorità e irrilevanza che si rovescia nel suo contrario, in una grottesca idea di autosufficienza e superiorità, e produce la paura del diverso e dell’altro". Ma "la mobilità assolutizzata, il nomadismo senza direzione o l’integralismo della corsa producono sradicamento, confusione, incapacità di attaccamento, cinismo, strumentalità e sfruttamento". Per questo "occorre anche la sosta, che rende possibile l’incontro. La lentezza è condizione dell’ascolto, così come lo è il silenzio. Senza silenzio non c’è comunicazione (il Papa ha dedicato proprio al silenzio il tema della prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali). L’eccesso di parole che segna il nostro tempo non solo non è sinonimo di comunicazione, ma rischia di soffocare questa e altre dimensioni antropologicamente vitali".

I giornalisti cattolici. "Senza lentezza – ha aggiunto – la velocità è frenesia distruttiva e vuota; senza silenzio la parola è vaniloquio solipsistico. Senza lo spirito e l’amore per l’umano la sintesi è impossibile". Per il direttore dell’Ufficio Cei, "vivere nella velocità, nella successione delle urgenze e delle emergenze ci rende insensibili al contesto, oppure solo strumentali. Comunque, ci fa vivere in un mondo in cui noi e le nostre priorità siamo il centro. Un mondo in cui l’altro non ha spazio. A meno che, appunto, la velocità non si coniughi con la lentezza". Da qui la particolarità dei giornalisti cattolici che "non sono (quando lo sono, ovviamente!) bravi giornalisti nonostante il loro essere cattolici, ma proprio in virtù di questo". Nell’attuale "tempo di frammentazione", il giornalista cattolico "può essere l’uomo (e la donna) della consapevolezza integrale, della parola e del silenzio, della velocità e della lentezza; promotore di un’osservazione attenta, partecipe e libera della realtà". Perché, ha concluso mons. Pompili, "velocità e spirito non sono affatto incompatibili".