SANITÀ

Esempio e laboratorio

Le istituzioni sanitarie cristiane in un tempo di crisi

(Milano) – Una presenza fatta da 300, tra ospedali e cliniche, per un totale di 40 mila posti letto e 50 mila dipendenti, a cui si aggiungono 1.200 realtà sanitarie e assistenziali senza patrimonio. A fornire i numeri delle strutture sanitarie d’ispirazione cristiana in Italia, è Alberto Pirola, autore del volume "Le risorse nella professione sanitaria", presentato oggi all’Università Cattolica di Milano. Un settore che sta attraversando un periodo di crisi. "Queste realtà – ha detto Pirola – frutto del lavoro dei fondatori, stanno vivendo una crisi, certamente legata al contesto generale del Paese, che non è solo economica, bensì culturale".

Non solo manager ma leader. Una convinzione condivisa dai partecipanti alla tavola rotonda promossa dalla Fondazione Maddalena Grassi, l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Ufficio Cei per la pastorale della sanità. "Le strutture sanitarie religiose – ha spiegato don Andrea Manto, direttore dell’Ufficio Cei – hanno bisogno non solo di manager competenti ma di leader che sappiamo aiutarle a ritrovare la loro identità rimettendo al centro l’uomo e il valore delle relazioni". Una prospettiva, ha spiegato don Manto, che ci vede impegnati "in un cammino sul tema dell’identità delle strutture socio-sanitarie, all’interno di un sistema che ha visto entrare in crisi non solo il welfare ma l’idea stessa del prendersi cura". Una crisi in cui anche il management ha le sue responsabilità perché "incapace di valorizzare la comunione e la prossimità".

Le nuove sfide. Proprio per questo, secondo Pirola, che ha monitorato diverse strutture in tutta Italia, "questa sfida chiama in causa l’Università Cattolica e invita alla collaborazione tra laici e religiosi". "Siamo di fronte – ha spiegato l’autore – ad un cambiamento nel sistema del welfare e questo implica anche nuovi assetti proprietari e forme giuridiche. Non possiamo permettere che strutture importanti finiscano in uno scambio finanziario così come non possiamo sottacere le preoccupazioni degli ordini religiosi di fronte all’invecchiamento dei loro componenti. Chi potrà rendere presente una sanità cristiana tra 15 anni? Questo è un tema da affrontare anche creando strumenti e soggetti in grado di accompagnare questo cambiamento". Sul tema della collaborazione tra pubblico e privato è intervenuto anche il rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi, che ha fatto riferimento alla realtà del Policlinico Universitario Gemelli di Roma. "Nessun sistema di welfare – ha spiegato Ornaghi – sarà sostenibile in futuro secondo le modalità del passato, con conseguenze per singoli, famiglie e, in generale, per l’intera società. Per questo è necessario cominciare a pensare ad un modello diverso di welfare dove lo Stato e il privato sociale possano lavorare insieme, basandosi su solidarietà e sussidiarietà".

Guardare in maniera nuova alla sanità. La tavola rotonda si è conclusa con l’intervento del segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, che ha ribadito come "lo scenario socio-culturale della società tecnologica e della cosiddetta post-modernità ci pone di fronte a un radicale cambiamento nella concezione della salute, della malattia e a volte del significato della vita stessa (il tema dell’eutanasia ne costituisce un esempio lampante)". Proprio in questo scenario occorre, allora, "provare a guardare in maniera nuova alla sanità, considerandola non più soltanto come una prestazione assistenziale da erogare in forza di una obbligazione contrattuale, o dell’utopia di fornire tutto a tutti, né tantomeno come un costo sociale da comprimere per risanare i debiti degli Stati sovrani". Oltre alla prestazione assistenziale, la sanità rappresenta, per mons. Crociata, "anche un investimento sulle risorse e sulle potenzialità del corpo sociale, sulla crescita dei legami fondamentali e strutturanti la persona e la società, e pertanto sulla possibilità che la società stessa si sviluppi in maniera più sostenibile".

Guardando al bene comune. Ciò che occorre, secondo mons. Crociata, è "la capacità di pensare un nuovo modello, idoneo ad offrire risposte che inquadrino sempre più i temi della salute e della vita nella costruzione del bene comune, nella costante ricerca e nella concreta affermazione dell’autenticamente umano". Di questo, "le istituzioni sanitarie cristiane possono e devono divenire esempio e laboratorio". Per le strutture socio-sanitarie ecclesiali "le innegabili difficoltà diventano anche occasione per confermare l’ispirazione ideale che le anima, testimoniandola con la carità sia verso le fragilità materiali e immateriali che affliggono la nostra società, sia con una diaconia del pensiero che illumini le scelte in direzione della verità dell’uomo e del bene comune". "A partire dal Vangelo – ha concluso – risulta oggi più che mai necessario sviluppare percorsi spirituali e culturali che consentano di incidere significativamente sul mondo della sanità, tanto complesso e difficile quanto rilevante per la vita della Chiesa e dell’intera società umana".